14/11/2010

La Conferenza alle Suore dell'Arcidiocesi di Gaeta. La gioia nelle comunità religiose

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Ritiro spirituale- Suore Arcidiocesi di Gaeta-

Formia -Suore Pallottine-  Domenica 14 novembre 2010, ore 10.00

Meditazione di padre Antonio Rungi, passionista

 

1.Introduzione

 

-Atti 2,42-48: “Con letizia e semplicità di cuore”. Il ritratto della comunità cristiana e religiosa.

 

 

42 Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane  e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

 

 

- Vita fraterna in comunità n. 28

Non bisogna dimenticare infine che la pace e il gusto di stare insieme restano uno dei segni del Regno di Dio. La gioia di vivere pur in mezzo alle difficoltà del cammino umano e spirituale e alle noie quotidiane, fa parte già del Regno. Questa gioia è frutto dello Spirito e abbraccia la semplicità dell'esistenza e il tessuto monotono del quotidiano. Una fraternità senza gioia è una fraternità che si spegne. Ben presto i membri saranno tentati di cercare altrove ciò che non possono trovare a casa loro. Una fraternità ricca di gioia è un vero dono dell'Alto ai fratelli che sanno chiederlo e che sanno accettarsi impegnandosi nella vita fraterna con fiducia nell'azione dello Spirito. Si realizzano così le parole del Salmo: "Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme... Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre" (Sl 133, 1-3), "perché quando vivono insieme fraternamente, si riuniscono nell'assemblea della Chiesa, si sentono concordi nella carità e in un solo volere"(42). Tale testimonianza di gioia costituisce una grandissima attrazione verso la vita religiosa, una fonte di nuove vocazioni e un sostegno alla perseveranza. E' molto importante coltivare questa gioia nella comunità religiosa: il superlavoro la può spegnere, lo zelo eccessivo per alcune cause la può far dimenticare, il continuo interrogarsi sulla propria identità e sul proprio futuro la può annebbiare. Ma il saper fare festa insieme, il concedersi momenti di distensione personali e comunitari, il prendere le distanze di quando in quando dal proprio lavoro, il gioire delle gioie del fratello, l'attenzione premurosa alle necessità dei fratelli e sorelle, l'impegno fiducioso nel lavoro apostolico, l'affrontare con misericordia le situazioni, l'andare incontro al domani con la speranza d'incontrare sempre e comunque il Signore: tutto ciò alimenta la serenità, la pace, la gioia. E diventa forza nell'azione apostolica. La gioia è una splendida testimonianza dell'evangelicità di una comunità religiosa, punto di arrivo di un cammino non privo di tribolazione, ma possibile perchè sorretto dalla preghiera: "Lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rom 12,12).

In un mondo che cambia, la vita consacrata deve cambiare in meglio, partendo da una migliore qualità di vita fraterna in comunità. I singoli religiosi e le comunità nella loro interezza, ma anche complessità e problematicità devono essere luce per coloro che camminano, segnali per i pellegrini, spazi di accoglienza per ascoltare, luoghi per rendere possibile l'incontro tra l'umano e il divino. Siamo tutti consapevoli di vivere in un tempo di trasformazione epocale nella Chiesa, nel mondo, nella società e nelle stesse nostre comunità. Cambiamenti straordinari, inimmaginabili fino a qualche anno fa. Nella nostre comunità religiose si esperimenta questo costante cambiamento al suo interno, nella sua autocomprensione, nei suoi carismi, nella sua missione, nella sua identità, nella sua teologia, nella sua pastorale, nella sua morale, ecc. Spesso diciamo che non si capisce più niente tra noi religiosi e nelle nostre congregazioni.

 

2. Un tempo diverso da ieri, ma promettente per il domani.

 

-E un tempo di discernimento, di ricerca-ascolto, di pazienza e dialogo, di domanda e investigazione per raccogliere i frutti in tempo opportuno e senza giudicare prima del tempo, confidando nei semi di bellezza  che ci sono in tutto il creato.

 

E un tempo di grandi possibilità per cose nuove, per una ri-creazione che già in parte hanno forgiato coloro che ci hanno preceduto, in comunione con lo Spirito che fa "nuove tutte le cose". Abbiamo la possibilità di vivere, con cordiale e sereno atteggiamento di fiducia, l'oggi in cui Dio ci ha posto, come vocazione-missione, senza fughe verso un passato che non tornerà più (né nei contenuti né nelle forme), e nemmeno con fughe verso un futuro da costruire ed identificare ancora.

 

E’ tempo di superare paure, tensioni, esagerazioni, scontri, insuccessi, il sentirsi "perduti". E’ la fine ormai..Bisogna andare oltre le ceneri del passato.

 

 

3.Nuovi modi per vivere insieme e non solo per stare insieme.

 

Le comunità non sono alberghi e ristoranti, né luoghi di lavoro, né possibilità concrete di sistemazione, sono luoghi si santificazione.

 

Noi consacrati e consacrate siamo chiamati a creare, forse riconvertendo i nostri mezzi e le strutture, in laboratori di sperimentazione e di sintesi, di incontro e di discernimento, e anche di risposte per quanti cercano ragioni per credere, motivi per vivere e valori da condividere a favore di una umanità secondo il cuore di Dio, secondo il progetto evangelico e la vocazione propria dei religiosi/e, in sintonia con i propri carismi.

Siamo chiamati  a creare scuole di preghiera, di spiritualità, di lectio divina, di incontro interreligioso ed ecumenico ... in cui si impari la sapienza della vita, a dialogare, la tolleranza, la conoscenza dell'altro e la sua cultura, la benevolenza, la condivisione, la solidarietà.


Siamo o dobbiamo diventare persone instancabili piene di speranza, testimoni della tenerezza di Dio in mezzo agli ultimi, ai non voluti, a coloro che non contano, agli impoveriti, alle persone affossate dalla vita e dalla gente, per essere segnali luminosi e vicini di liberazione e salvezza, hic et nunc.

 

Ciò che non porta più sapienza di vita, nei suoi contenuti ed espressione (semplicemente perché appartengono a un'altra epoca culturale e teologica), si inaridisca e lasci il passo a nuovi fiori e a nuovi frutti. Senza nostalgie che paralizzano, in atteggiamento di fiducia e di amabile speranza e di impegno, perché sappiamo che lo Spirito crea sempre condizioni nuove e carismi per ogni capitolo della storia dell'umanità e della Chiesa.

 

Per ciò stesso, questi temi di crisi e di trasformazione, con le loro "inondazioni" e i loro "terremoti" sono necessari e benefici affinché abbiano a sorgere risposte creative valide per ogni umanità e per la comunità dei credenti. Solo così si apre la possibilità di essere fedeli ai nostri impegni verso Dio e la storia.

 

4.Tre grandi impegni per la vita fraterna in comunità.

La vita consacrata vuole essere profezia del Regno; vuole essere visibilizzazione concreta del Vangelo, attraverso una vita effettiva e affettiva delle Beatitudini (cf. Lc 6), e delle opere di misericordia (cf. Mt 25), in relazione ai consigli evangelici e alla vita fraterna.

Ma come si può fare questo oggi? Abbiamo tre possibilità concrete.

 

4.1.Adorare

Oggi esiste una forte autoscienza da parte della vita consacrata circa il primato di Dio nella vita personale e comunitaria dei consacrati/e senza la quale sarebbe un costruire sulla sabbia. Una cosa è la consapevolezza altra cosa è viverla nella pratica quotidiana, nei progetti personali dei religiosi/e e nei rispettivi progetti comunitari locali, provinciali e congregazionali.

Adorare vuol dire mettere nuovamente e in tutto il suo splendore al centro della propria vita personale e della vita fraterna in comunità il Signore risorto, non come un valore aggiunto, marginale, occasionale, ma come vero asse essenziale di tutta una esistenza motivata dall'amore, dalla misericordia e dalla pace.

Adorare è la fonte di acqua fresca che viene dalla più pura tradizione religioso-monastica e che, grazie a Dio, le nuove generazioni di giovani religiosi/e assumono con entusiasmo e convinzione.

Non moltiplicare preghiere, ma essere donne e uomini di preghiera. Imparare a essere apertamente persone di preghiera, con una sensibilità locale e universale, con il cuore in cielo e i piedi in terra; e facilitando l'accesso ai nostri spazi, per aprire scuole di preghiera per la gente. Moltiplicare i cenacoli di preghiera, ma soprattutto dare autentica testimonianza di essere adoratori di Dio in spirito è verità (vedi il brano del Vangelo della Samaritana).


4.2.Accogliere

Accogliere si riferisce, in questo contesto, alla fraternità, alla vita fraterna in comunità, e anche alla gente con cui ogni giorno siamo in contatto, per diverse ragioni. Sì, abbiamo bisogno di una maggiore attenzione a quattro parole-programma: accogliersi, comunicarsi, desiderarsi, perdonarsi. Bisogna investire molte energie in queste proposte, anche se ci costano, affinché le nostre comunità siano sempre più comunità umane ed evangeliche, in cammino di conversione, a servizio di una missione condivisa, con la capacità di vivere con serena soddisfazione e reciproca stima, altrimenti... andremo a cercare fuori ciò che non diamo o riceviamo al di dentro: una vita cordiale, amabile, servizievole, comprensiva, dialogante, impegnata, di stima, unita, sostanzialmente pacificata, umilmente gioiosa; anche in mezzo alle tensioni, ai problemi e ai peccati.

Molta strada ci aspetta, ma in questo ci aiutano anche i nostri giovani fratelli e sorelle di oggi, poiché la sete di accogliersi-comunicare-desiderarsi-perdonarsi si trova nel loro DNA.
La tendenza generale della vita consacrata, mi sembra, va oggi in questa direzione, anche se evidentemente non è tutto "acqua di rose". Ci sono delle comunità in cui si comunica bene, in cui ci si accoglie in maniera adeguata, dove le persone si stimano, si desiderano e perdonano; ma è anche vero che esistono numerose realtà in cui la comunicazione di vita e della fede delude o è assente; come manca la capacità di accoglienza, di accettazione e di amicizia e un'adeguata espressione di sensibilità, di sentimenti e affetti.
Penso che i movimenti ecclesiali abbiano qualcosa da insegnarci in questi ambiti dell'umano e del quotidiano delle relazioni interpersonali. In effetti, come sembra, tra di loro le relazioni sono più strette, spontanee e cordiali; in linea generale, tra di loro comunicano di più e si accettano reciprocamente, in linea generale, nelle loro ricchezze e nelle loro fragilità; non sono condizionati da modelli relazionali stereotipati o determinati da regolamenti; ci sono tra loro amicizia, vicinanza affettiva e meno atteggiamenti formali.
Accogliersi reciprocamente vuol dire anzitutto scoprire il significato biblico (AT e NT) dell'ospitalità e dell'ospite (spazio sacro per ascoltare e servire; presenza del divino in colui che ci fa visita).

 

Significa accettarsi reciprocamente con cordialità e benignità, nella dimensione dei doni e delle grazie personali e nei limiti e le mancanze, in vicendevole umiltà, sapendo che tutti siamo "divini" poiché dimora di Dio Trinità, ma a volte anche frutti amari, conseguenza della nostra immaturità o infedeltà, o di ambedue; e aperti alla correzione fraterna, cosa tanto rara e tanto difficile oggi come sempre, poiché ci costa riconoscere che "siamo di creta", anche se abbiamo ricevuto mediante i sacramenti dell'iniziazione cristiana lo Spirito e la vita di Gesù. Abbiamo realtà e atteggiamenti personali contrari al Vangelo che non hanno ancora ricevuto la grazia de battesimo! In altre parole, a volte, nella nostra vita vale di più la cultura o il sangue che non la nostra fede cristiana o la nostra vita consacrata.

4.3.Servire

Servire si riferisce al capitolo 25 di Matteo (al giudizio finale e al gesto di lavare i piedi ai discepoli (cf. Gv 13). Un'opzione preferenziale, senza esclusioni, in sintonia con la costituzione del Regno, le Beatitudini dove viene proposto un ideale di vita in cui "si fa tutto il contrario" di ciò che avviene normalmente nella realtà quotidiana del nostro mondo e dove coloro che non contano "contano"; quelli che sono, non "sono"; quelli che non hanno, "hanno", ecc. E l'opzione dell'amore, tradotto in servizio, verso gli ultimi che saranno i primi, i preferiti nel Regno; l'attenzione delicata e rispettosa per i piccoli, i non desiderati, gli impoveriti, i malati, che abitano i mondi infiniti, e tanto vicini, della sofferenza, dell'emarginazione, dell'ingiustizia, della disperazione, dell' allontanamento da Dio ...
Il Signore ritorna a essere "Maestro e scuola" di attenzione al prossimo, sempre e in qualsiasi contesto, e indipendentemente dalla sua ricchezza o povertà etica, morale, religiosa, ecc., accolti e serviti come "signori", con rispetto, amore, delicatezza, come vediamo in tanti episodi del Vangelo. Lui e sempre lui sarà il grande Libro in cui imparare a servire il prossimo che incontriamo ogni giorno nel cammino della vita. E non ci sarà altra legge per essere valutati sulla fecondità o frustrazione della nostra vita, quando giungerà l'esame finale, circa l'amore o il disamore verso i fratelli e le sorelle, riflesso-immgine-presenza di Dio stesso. L'Amore non ha bisogno di essere amato, ma lo hanno coloro che sono amati da Dio. vale a dire ogni persona, in se stessa, a prescindere se è santa o peccatrice, per essere inabitata da Dio. Anche in questo campo i giovani religiosi/e, come molti movimenti ecclesiali ci spingono a spostarci verso le frontiere delle antiche e nuove realtà esistenziali della sofferenza umana, crocevia in cui si elaborano, con presenze umanizzatrici, credenti o no, risposte di speranza e di liberazione, di vicinanza e inclusione, forze per continuare ad andare avanti senza disperare. Ci spingono ad andare verso i mondi dell' emarginazione, verso gli ambiti infranti dalla vita, non ancora redenti dalla compassione, il sacrificio e la tenerezza dei seguaci di Gesù, e in coloro in cui Egli continua a essere crocifisso, aspettando la liberazione. Ci spingono verso tutti questi mondi sociali, culturali, interreligiosi, in cui si crea cultura e scienza, in cui la vita si apre il cammino, come pure verso il mondo delle migrazioni, della conflittualità sociale, politica, economica; ci spingono verso le periferie delle città e anche della campagna, e a lavorare in sintonia con i movimenti ecologici, di solidarietà, ecumenici, interreligiosi, pacifisti.
Noi consacrati e consacrate siamo chiamati a essere presenza di speranza e di umanizzazione là dove altri non vogliono andare, mediatori della bontà del Dio di Gesù Cristo in mezzo a tanti esclusi, in nome di Gesù e della sua comunità.
Tutto questo, sapendo che siamo stati chiamati unicamente per essere inviati, in piena disponibilità, senza ritagliarci "riserve di autonomia", per andare dove non ci sono testimoni e seminatori di vita nuova, di Vangelo, di Gesù Cristo, il Salvatore, il Figlio di Maria.

5.Conclusione

-Accogliersi-comunicarsi-cercarsi-perdonarsi..

 

La crisi attuale della vita consacrata  può essere una meravigliosa occasione per rinascere nella fedeltà e significatività al servizio della chiesa e dell'umanità;

 

- è necessario tornare alla dimensione di radicalità, di esigenza e coerenza evangelica nel modo di vivere i consigli evangelici e la vita fraterna in comunità, assieme a una sana tradizione di spiritualità e di ascetica;

 

- la priorità di una vita con Dio e in Dio come principio ispiratore e assoluto;

 

- presenza di consacrati e consacrate negli ambienti umani, sociali, culturali, comunicativi;

 

- impegno nella vita consacrata a favore della creazione di una cultura di integrazione, di tolleranza, di inclusione, di armonizzazione delle differenze, di rispetto del diverso;

 

- gli unici e veri tesori che possiamo mettere a servizio delle nostre chiese e della gente in mezzo a cui viviamo sono i nostri voti religiosi, vissuti con coerenza e gioia, e la vita fraterna. Questa è la prima forma di impegno e di testimonianza evangelica e umana, e di fedeltà vocazionale;

 

- il "virus" più contagioso e mortale presente nel mondo si chiama egoismo e l'antidoto più efficace è l'amore/perdono: abbiamo bisogno di comunità di perdono e di riconciliazione;

- non dedichiamo eccessive energie, mezzi e tempo ai problemi "di casa", interni (carte, documenti, organizzazione, strutture, viaggi...). Guardarsi di meno e aprire di più gli occhi verso l'esterno, per scoprire chi e dove hanno bisogno di noi; comunità interculturali, multietniche e internazionali, come laboratori di interazione conviviale che aiutino a travasare le proprie ricchezze nei diversi contesti ecclesiali e sociali;

 

- comunità che dicano e segnalino spazi di umanità e di spiritualità riconciliata, che accompagnino e condividano la fede, la solidarietà e le speranze;

 

- comunità che insegnino a dialogare senza aggredire, a cercare sempre punti di incontro con i nostri contemporanei per impegnarsi nei valori condivisi, a trovare il divino nell'umano di ogni giorno, che insegnino a pregare;

 

- comunità che rilancino il vivere gioioso la propria vocazione, nella fedeltà al proprio carisma particolare (dono dello Spirito per la comunità ecclesiale e umana). Sarà questa la migliore "propaganda" di pastorale vocazionale;

 

- comunità che non perdano il loro essere sale della terra per voler adattarsi al "pensiero debole" delle nostre società, con il pericolo di non essere più "voce controcorrente" in grado di mettere in guardia contro le perdite di umanità e di spiritualità nel nostro ambiente;

- comunità e persone a servizio delle chiese locali, senza vocazione di protagonismo di nessun genere (non siamo gli unici né i migliori), lasciando i primi posti e il centro a quelli del luogo, andando noi ad limina, alle frontiere culturali e ambientali, perché questo sarà il nostro miglior "biglietto da visita";

 

- comunità sempre al servizio della verità nella carità, anche se a volte costeranno dispiaceri e incomprensioni. Semplicemente parresia evangelica, poiché non siamo altro che servi e serve;

 

- comunità che promuovano la pastorale vocazionale "dell'attrattiva", della testimonianza gioiosa di vita, di servizio evangelico, di vita fraterna, di spiritualità e umanità;

- comunità che si ispirino alla Vergine Maria, Madre del Signore e nostra, modello di vita evangelica, fraterna e apostolica; donna che adora, accoglie e serve con bontà, gioia e umiltà; che riunisce a incoraggia i discepoli del suo Figlio, ogni giorno della storia; che discerne, crea unità, spazio e servizio per tutti; che arricchisce la Chiesa nella sua capacità di accoglienza, ascolto, sensibilità e tenerezza; che ci ricorda sempre ciò che è centrale nel Vangelo ("tornare a mettere nel cuore") e ci sostiene con la sua materna protezione affinché continuiamo la missione del Figlio, nell'oggi della nostra storia personale, comunitaria e congregazionale, con atteggiamenti di ascolto, di sacrificio, di compassione, di comprensione e delicatezza, affinché tutti e tutte possano sentirsi "amati dall' Amore" e vivere secondo la loro dignità di figli e figlie di Dio, del quale vogliamo essere inviati e testimoni di pace, giustizia e riconciliazione, nella Chiesa e nelle nostre famiglie religiose, nella quotidianità delle nostre esistenze.

 

A volte la sequela è tradita dai nostri atteggiamenti imborghesiti e dalle nostre trascuratezze umane e spirituali. Conosciamo e sperimentiamo ombre, insuccessi, divisioni, silenzi, incoerenze, individualismi, mediocrità, immaturità, resistenze, disunioni, mancanza di comunicazioni, infedeltà presenti nella nostra realtà esistenziale (portiamo tesori in vasi di creta, ci ricorda l'apostolo Paolo); ma noi religiosi e religiose, di oggi e di ieri, anziani e giovani, abbiamo anche capacità di donazione, di adorazione, di accoglienza, di creatività, di compassione, di solidarietà, di servizio per amore e con amore, camminando sempre verso una maggiore pienezza, affinché tutti abbiano vita in Colui che è la vita, la via, la verità, l'amore, con l'impegno a formare una comunità globale che anticipi l'esperienza del regno del Signore Gesù.

NB. Schema tratto dall Rivista "Testimoni" - Ottobre 2010

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