LA MEDITAZIONE PER IL RITIRO SPIRITUALE ALLE SUORE ALCANTARINE

SUORE  FRANCESCANE ALCANTARINE

FRATERNITA’ DI ITRI (LT)

RITIRO SPIRITUALE NATALIZIO

27 DICEMBRE 2013 – FESTA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA

MEDITAZIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI – PASSIONISTA

 

1.LA PAROLA DI DIO

Come sono belli sui monti

i piedi del messaggero di lieti annunzi

che annunzia la pace,

messaggero di bene che annunzia la salvezza,

che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».

Senti? Le tue sentinelle alzano la voce,

insieme gridano di gioia,

poiché vedono con gli occhi

il ritorno del Signore in Sion.

Prorompete insieme in canti di gioia,

rovine di Gerusalemme,

perché il Signore ha consolato il suo popolo,

ha riscattato Gerusalemme.  (Is 52, 7-9).

 

Questa pagina poetica del profeta Isaia è uno dei passi più belli per riflettere sulla festa del Santo Natale, che abbiamo celebrato da due giorni soltanto.

Lo Spirito Santo ha dato vita nel grembo verginale di Maria a Gesù, autore della vita e della gioia.  Lo Spirito Santo è il grande dono di Gesù Cristo ai suoi discepoli di tutti  tempi. Lo Spirito è il vero Consolatore, l’Ospite dolce dell’anima; l’anima stessa della Chiesa. E’ lo Spirito che conduce alla piena conoscenza del dono del Padre e di Cristo al mondo.

La solennità del Natale, in cui all’azione è la Santissima Trinità nella sua pienezza è l’inizio della storia della salvezza, perché Gesù il Figlio di Dio viene nella storia dell’umanità per salvarla dal peccato.  Il Natale è festa della missionarietà, come ci ha ricordato Papa Francesco nella sua recente Esortazione Apostoliva “Evangelii gaudium”. Una missione per la gioia e non per la tristezza, per la felicità vera e non per la malinconia perenne.

E’ chiaro che dobbiamo riappropriarci della gioia della fede; della gioia dell’annuncio; della fierezza e dell’audacia della testimonianza cristiana. Certamente non per nostra capacità o contando solo sulle nostre forze, ma per un dono dello Spirito Santo alla Sua Chiesa.

E’ solo lo Spirito Santo che ci può convertire in messaggeri innamorati della Buona Novella del Vangelo sullo stile di San Paolo.

Da solo un mese si è concluso l’Anno della fede indetto da papa Benedetto XVI e concluso da Papa Francesco, e questo nostro ritiro in tempo natalizio è una ottima occasione per chiedere a Dio messaggeri e testimoni del Vangelo pieni di fiducia e colmi della consolazione del Paraclito, come i pastori che andarono alla grotta di Betlemme per adorare il nato messia o come i Re Magi che guidati dalla stella giunsero anche loro all’appuntamento con il Redentore.

Tutti i membri della Chiesa: Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli laici uomini e donne, tutti abbiamo in comune una realtà fondamentale: la volontà di essere discepoli del Signore, fiduciosi nell’aiuto dello Spirito Santo. E tutti siamo chiamati, secondo la propria vocazione, a essere testimoni della gioia e della speranza cristiana nel mondo contemporaneo.

 

San Paolo Apostolo scrive nella sua lettera ai cristiani di Roma: “Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!” (Rm 10, 14-15). Egli citando la Scrittura dice: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Ma conoscendo le difficoltà dell’annuncio e della testimonianza e sapendo che senza annuncio e testimonianza è impossibile la conoscenza di Dio, prima di esordire nella citata affermazione di Isaia, l’Apostolo riflette: “… come potranno invocarlo [Dio] senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati”?

 

Lo spirito del Natale renda tutti noi coraggiosi testimoni del Vangelo di Cristo nella città degli uomini.

 E’ questa la missione dei discepoli del Signore. E questa è la missione di ogni cristiano. E’ questa la missione specifica di ogni consacrato e consacrata, di ogni religiosa che ha fatto voto di povertà, castità ed obbedienza.

Essere, perciò:

Testimoni fedeli: rispettosi degli insegnamenti di Cristo, per trasmetterli nella loro integrità e purezza, senza né aggravarli né alleggerirli cercando solo la gloria di Dio e il bene dei fratelli. Di qui la necessità di attingerli alle sorgenti buone, quelle del magistero.

Testimoni discreti: che sappiano dare spazio, senza impazienze e senza cattivo umore, al lento cammino della grazia; per rispettare il mistero delle coscienze e quello dell’opera invisibile dello Spirito Santo.

Testimoni traboccanti di amore: dove manca questa tenerezza di cuore, attinta in un intimo contatto col Cristo, diviene inutile presentare il messaggio evangelico. Non sarà accolto…

 

2. IL MAGISTERO DI PAPA FRANCESCO

Dall’incontro del Papa con i seminaristi, i novizi e le novizie del 6 luglio scorso vi propongo alcune riflessioni, fatte da Papa, e che condivido con voi in questa giornata.

 

2.1.La cultura del provvisorio

“Ho sentito un seminarista, un bravo seminarista, che diceva che lui voleva servire Cristo, ma per dieci anni, e poi avrebbe pensato di incominciare un’altra vita… Questo è pericoloso! Ma sentite bene: tutti noi, anche noi più vecchi, anche noi, siamo sotto la pressione di questa cultura del provvisorio; e questo è pericoloso, perché uno non gioca la vita una volta per sempre. Io mi sposo fino a che dura l’amore; io mi faccio suora, ma per un “tempino…”, “un po’ di tempo”, e poi vedrò; io mi faccio seminarista per farmi prete, ma non so come finirà la storia. Questo non va con Gesù! Io non rimprovero voi, rimprovero questa cultura del provvisorio, che ci bastona tutti, perché non ci fa bene: perché una scelta definitiva oggi è molto difficile. Ai miei tempi era più facile, perché la cultura favoriva una scelta definitiva sia per la vita matrimoniale, sia per la vita consacrata o la vita sacerdotale. Ma in questa epoca non è facile una scelta definitiva. Noi siamo vittime di questa cultura del provvisorio. Io vorrei che voi pensaste a questo: come posso essere libero, come posso essere libera da questa cultura del provvisorio? Noi dobbiamo imparare a chiudere la porta della nostra cella interiore, da dentro. E se non sono sicura, se non sono sicuro, penso, mi prendo il tempo, e quando mi sento sicuro, in Gesù, si capisce, perché senza Gesù nessuno è sicuro! – quando mi sento sicuro, chiudo la porta. Avete capito questo? Cosa è la cultura del provvisorio?

 

2.2.La parola “gioia”

Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, i seminaristi, le religiose e i religiosi, i giovani, c’è gioia, sempre c’è gioia! E’ la gioia della freschezza, è la gioia del seguire Gesù; la gioia che ci dà lo Spirito Santo, non la gioia del mondo. C’è gioia! Ma  dove nasce la gioia? Nasce… Ma, sabato sera torno a casa e andrò a ballare con i miei antichi compagni? Da questo nasce la gioia? Di un seminarista, per esempio? No? O sì?

Alcuni diranno: la gioia nasce dalle cose che si hanno, e allora ecco la ricerca dell’ultimo modello di smartphone, lo scooter più veloce, l’auto che si fa notare…  Ma io vi dico, davvero, a me fa male quando vedo un prete o una suora con la macchina ultimo modello: ma non si può! Non si può! …E se ti piace quella bella, pensate a quanti bambini muoiono di fame. Soltanto questo! La gioia non nasce, non viene dalle cose che si hanno! Altri dicono che viene dalle esperienze più estreme per sentire il brivido delle sensazioni più forti: alla gioventù piace andare sul filo del coltello, piace proprio! Altri ancora dal vestito più alla moda, dal divertimento nei locali più in voga – ma con questo non dico che le suore vanno in quei posti, lo dico dei giovani in generale. Altri ancora dal successo con le ragazze o con i ragazzi, passando magari da una all’altra o da uno all’altro. E’ questa insicurezza dell’amore, che non è sicuro: è l’amore “per prova”. E potremmo continuare… Anche voi vi trovate a contatto con questa realtà che non potete ignorare.

Noi sappiamo che tutto questo può appagare qualche desiderio, creare qualche emozione, ma alla fine è una gioia che rimane alla superficie, non scende nell’intimo, non è una gioia intima: è l’ebbrezza di un momento che non rende veramente felici. La gioia non è l’ebbrezza di un momento: è un’altra cosa!

La vera gioia non viene dalle cose, dall’avere, no! Nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri, nasce dal sentirsi accettati, compresi, amati e dall’accettare, dal comprendere e dall’amare; e questo non per l’interesse di un momento, ma perché l’altro, l’altra è una persona. La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! E’ il sentirsi dire: “Tu sei importante per me”, non necessariamente a parole. Questo è bello… Ed è proprio questo che Dio ci fa capire. Nel chiamarvi Dio vi dice: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama. Diventare sacerdote, religioso, religiosa non è primariamente una scelta nostra. Io non mi fido di quel seminarista, di quella novizia, che dice: “Io ho scelto questa strada”. Non mi piace questo! Non va! Ma è la risposta ad una chiamata e ad una chiamata di amore. Sento qualcosa dentro, che mi inquieta, e io rispondo di sì. Nella preghiera il Signore ci fa sentire questo amore, ma anche attraverso tanti segni che possiamo leggere nella nostra vita, tante persone che mette sul cammino. E la gioia dell’incontro con Lui e della sua chiamata porta a non chiudersi, ma ad aprirsi; porta al servizio nella Chiesa.

San Tommaso diceva che “il bene si diffonde”. E anche la gioia si diffonde. Non abbiate paura di mostrare la gioia di aver risposto alla chiamata del Signore, alla sua scelta di amore e di testimoniare il suo Vangelo nel servizio alla Chiesa. E la gioia, quella vera, è contagiosa; contagia… fa andare avanti.  Invece, quanto tu ti trovi con un seminarista troppo serio, troppo triste, o con una novizia così, tu pensi: ma qualcosa qui non va! Manca la gioia del Signore, la gioia che ti porta al servizio, la gioia dell’incontro con Gesù, che ti porta all’incontro con gli altri per annunziare Gesù. Manca questo! Non c’è santità nella tristezza, non c’è! Santa Teresa diceva: “Un santo triste è un triste santo!”. E’ poca cosa… Quando tu trovi un seminarista, un prete, una suora, una novizia, con una faccia lunga, triste, che sembra che sulla sua vita abbiano buttato una coperta ben bagnata, di queste coperte pesanti… che ti tira giù… Qualcosa non va! Ma per favore: mai suore, mai preti con la faccia di “peperoncino in aceto”, mai!

Quando un prete non è padre della sua comunità, quando una suora non è madre di tutti quelli con i quali lavora, diventa triste. Questo è il problema. Per questo io dico a voi: la radice della tristezza nella vita pastorale sta proprio nella mancanza di paternità e maternità che viene dal vivere male questa consacrazione, che invece ci deve portare alla fecondità. Non si può pensare un prete o una suora che non siano fecondi, di una fecondità che è solo gioia.

 

2.3. Autenticità

Per essere testimoni gioiosi del Vangelo bisogna essere autentici, coerenti. E questa è un’altra parola che voglio dirvi: autenticità. Gesù bastonava tanto contro gli ipocriti: ipocriti, quelli che pensano di sotto; quelli che hanno – per dirlo chiaramente – doppia faccia. Parlare di autenticità ai giovani non costa, perché i giovani – tutti – hanno questa voglia di essere autentici, di essere coerenti. E a tutti voi fa schifo, quando trovate in noi preti che non sono autentici o suore che non sono autentiche! Vogliamo giovani coerenti? Siamo noi coerenti!  Io dico sempre quello che affermava san Francesco d’Assisi: Cristo ci ha inviato ad annunciare il Vangelo anche con la parola. La frase è cosi: “Annunciate il Vangelo sempre. E, se fosse necessario, con le parole”. Cosa vuol dire questo? Annunziare il Vangelo con l’autenticità di vita, con la coerenza di vita. Ma in questo mondo a cui le ricchezze fanno tanto male, è necessario che noi preti, che noi suore, che tutti noi, siamo coerenti con la nostra povertà! Ma quando tu trovi che il primo interesse di una istituzione educativa o parrocchiale o qualsiasi è il denaro, questo non fa bene. Non fa bene! E’ una incoerenza! Dobbiamo essere coerenti, autentici. Per questa strada, facciamo quello che dice san Francesco: predichiamo il Vangelo con l’esempio, poi con le parole! Ma prima di tutto è nella nostra vita che gli altri devono poter leggere il Vangelo! Anche qui senza timore, con i nostri difetti che cerchiamo di correggere, con i nostri limiti che il Signore conosce, ma anche con la nostra generosità nel lasciare che Lui agisca in noi.

I santi e i maestri della vita spirituale ci dicono che per aiutare a far crescere in autenticità la nostra vita è molto utile, anzi indispensabile, la pratica quotidiana dell’esame di coscienza. Cosa succede nella mia anima? Così, aperto, col Signore e poi col confessore, col Padre spirituale. E’ tanto importante questo! 

 

2.4.Dove si poggia la gioia nella vita consacrata?

Su quattro pilastri fondamentali:

-formazione spirituale, ossia la vita spirituale;

-la vita intellettuale, questo studiare per “dare ragione”;

-la vita apostolica, incominciare ad andare ad annunciare il Vangelo;

-la vita comunitaria.

 

E qui vorrei sottolineare l’importanza della vita comunitaria, delle relazioni di amicizia e di fraternità che fanno parte integrante di questa formazione.

Tante volte ho trovato comunità, seminaristi, religiosi, o comunità diocesane dove le giaculatorie più comuni sono le chiacchiere! E’ terribile! Si “spellano” uno con l’altro… E questo è il nostro mondo clericale, religioso… Scusatemi, ma è comune: gelosie, invidie, parlare male dell’altro. Non solo parlare male dei superiori, questo è un classico! Ma io voglio dirvi che questo è tanto comune, tanto comune.

Se io ho qualcosa con una sorella o con un fratello, lo dico in faccia, o lo dico a quello o a quella che può aiutare, ma non lo dico agli altri per “sporcarlo”. E le chiacchiere, è terribile! Dietro le chiacchiere, sotto le chiacchiere ci sono le invidie, le gelosie, le ambizioni. Pensate a questo.

Una volta ho sentito che una suora, dopo aver fatto gli esercizi spirituali,  aveva promesso al Signore di non parlare mai male di un’altra. Questa è una bella, una bella strada alla santità! Non parlare male di altri. Non si parla male dei propri cari.

 

2.5.Uscire da se stessi per annunciare il Vangelo

Io vorrei dirvi: uscite da voi stessi per annunziare il Vangelo, ma per fare questo dovete uscire da voi stessi per incontrare Gesù. Ci sono due uscite: una verso l’incontro di Gesù, verso la trascendenza; l’altra verso gli altri per annunziare Gesù. Queste due vanno insieme. Se tu ne fai una soltanto, non va! Io penso a Madre Teresa di Calcutta. Era brava questa suora… Non aveva paura di niente, andava per le strade… Ma questa donna non aveva paura anche di inginocchiarsi, due ore, davanti al Signore. Non abbiate paura di uscire da voi stessi nella preghiera e nell’azione pastorale. Siate coraggiosi per pregare e per andare a annunziare il Vangelo.

 

2.6.Una chiesa missionaria

Io vorrei una Chiesa più missionaria, non tanto tranquilla… Uscire da se stessi, verso la trascendenza a Gesù nella preghiera, verso la trascendenza agli altri nell’apostolato, nel lavoro. Date il contributo per una Chiesa così: fedele alla strada che Gesù vuole. Non imparate da noi, da noi, che non siamo più giovanissimi; non imparate da noi quello sport che noi, i vecchi, abbiamo spesso: lo sport del lamento! Non imparate da noi il culto della “dea lamentela”. E’ una dea quella… sempre col lamento…. Ma siate positivi, coltivate la vita spirituale e, nello stesso tempo, andate, siate capaci di incontrare le persone, specialmente quelle più disprezzate e svantaggiate. Non abbiate paura di uscire e andare controcorrente. Siate contemplativi e missionari. Tenete sempre la Madonna con voi, pregate il Rosario, per favore… Non lasciatelo! Tenete sempre la Madonna con voi nella vostra casa, come la teneva l’Apostolo Giovanni. Lei sempre vi accompagni e vi protegga. E pregate anche per me, perché anche io ho bisogno di preghiere, perché sono un povero peccatore, però andiamo avanti.

 

3. Il magistero di Papa Giovanni Paolo II.

Il beato Papa Giovanni Paolo II affermava che le parole di S. Paolo, “l’amore del Cristo ci possiede” (2 Cor 5, 14), dovrebbero essere uno stimolo per i religiosi ad evangelizzare in terra di missione, dal momento che è compito delle persone consacrate lavorare in tutto il mondo per consolidare ed espandere il Regno di Cristo, portando l’annuncio del Vangelo ovunque, anche nelle regioni più lontane (cfr. VC 78).

Non bisogna dimenticare che la vita consacrata è parte essenziale della Chiesa, appartiene indiscutibilmente al mistero della sua vita e della sua santità (cfr. LG 44). Nelle Chiese di nuova fondazione la presenza della vita consacrata è necessaria, in quanto rivela la realtà di tutta la Chiesa, mostrandone così l’intera sua ricchezza.

I religiosi e le religiose hanno lasciato tutto per seguire Cristo, facendone la loro unica ricchezza e il loro unico tesoro. Per amore di Lui, per imitarlo più da vicino e seguendo il suo invito, hanno abbracciato il suo stile di vita in povertà, castità e obbedienza al Padre, dimostrando così che Dio merita di essere amato sopra ogni cosa. Coloro che amano Dio in questo modo, devono necessariamente amare i loro fratelli, e non possono restare indifferenti di fronte al fatto che molti di loro non conoscono ancora la piena manifestazione dell’amore di Dio in Cristo.

Certamente di fronte alla scarsità di vocazioni di cui soffrono alcuni istituti, si può essere tentati di pensare che non è possibile destinare alcuni membri al servizio delle missioni. Invece è solo donandola che la fede si rafforza, e Dio continua a benedire la generosità di chi, come la vedova del Vangelo, offre tutto quello che ha. Dalla generosità scaturisce la gioia. Il cristianesimo è caratterizzato dalla gioia, come ha promesso il Signore: “nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16, 22). E’ questa gioia della vittoria di Cristo che i missionari annunciano con la propria vita, sapendo che il Signore ci ha guadagnato la gioia con il dono totale di sé stesso, e quelli che vogliono essere messaggeri di gioia devono anche vivere così. Persone vicine alla beata Teresa di Calcutta hanno affermato, parlando della sua gioia, che questa era il frutto della beatitudine della sottomissione. Cercò di non rifiutare nulla a Dio nella sua vita, e dalla consegna alla sua volontà, scaturì una gioia incrollabile che la missionaria portò dappertutto.

Gesù Cristo è l’amore di Dio fatto carne per noi. Annunciarlo significa essere testimoni del suo amore per ogni uomo, attraverso un amore che si manifesta in azioni concrete. Ma il missionario deve sapere andare sempre alla fonte dell’amore. “È pertanto Dio, che è Amore, a condurre la Chiesa verso le frontiere dell’umanità e a chiamare gli evangelizzatori ad abbeverarsi ‘a quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio’.

Solo da questa fonte si possono attingere l’attenzione, la tenerezza, la compassione, l’accoglienza, la disponibilità, l’interessamento ai problemi della gente, e quelle altre virtù necessarie ai messaggeri del Vangelo per lasciare tutto e dedicarsi completamente e incondizionatamente a spargere nel mondo il profumo della carità di Cristo”.

La Vergine Maria, che si fece missionaria portando ad Elisabetta la gioia della salvezza che si era fatta carne nel suo grembo, sostenga e rafforzi tutti i religiosi e le religiose che operano nelle missioni per far conoscere agli uomini l’amore di Dio.

 

4. Il messaggio di Giovanni Paolo per la XXIX Giornata mondiale per le missioni.

 

1. «I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13, 52). Così leggiamo nella liturgia della IV domenica di Pasqua; ed infatti ogni comunità, quando vede aumentare il numero di coloro che scoprono il tesoro nascosto del regno dei cieli e lasciano tutto per dedicarsi unicamente alle cose del Signore (cfr. Mt 13, 44), si sente ricolma della gioia che proviene dalla parola di Dio e dalla misteriosa azione del suo Spirito. Confortata, perciò, da queste parole del libro sacro e da questa esperienza, la Chiesa celebra ogni anno una speciale Giornata di preghiera per le vocazioni, confidando nella promessa che qualunque cosa chiederà al Padre nel nome del Signore egli la darà (cfr. Gv 16, 23). In vista della ormai vicina ricorrenza, desidero quest’anno invitarvi a pregare perché lo Spirito conduca un numero crescente di fedeli, specialmente giovani, ad impegnarsi nell’amore di Dio «con

tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 5; cfr. Mc 12, 30; Mt 22, 27), per servirlo in quelle particolari forme di vita cristiana che si attuano nella consacrazione religiosa. Essa variamente si esprime sia nello stato sacerdotale, sia nella professione dei voti, nella scelta dei monasteri o delle comunità apostoliche, oppure nello stato secolare.

2. Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che questo «dono speciale» è un segno di elezione, in quanto permette a coloro che l’accolgono di conformarsi più profondamente a «quel genere di vita verginale e povero, che Cristo Signore scelse per sé e la Vergine Madre abbracciò» (cfr Lume Gentium, 46).

Il mio venerato predecessore Paolo VI ha potuto affermare che la vita consacrata è «testimonianza privilegiata di una ricerca costante di Dio, di un amore unico e indiviso per il Cristo, di una dedizione assoluta alla crescita del suo Regno. Senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischia di raffreddarsi, il paradosso del Vangelo di smussarsi, il “sale” della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione» (Pauli VI, Evangelica Testificatio, 3).

La vocazione dei consacrati, infatti, comporta la proclamazione attiva del Vangelo in opere apostoliche e in servizi di carità corrispondenti ad un modo di agire autenticamente ecclesiale. La Chiesa nel corso della sua storia è sempre stata vivificata e confortata da tanti religiosi e religiose, testimoni dell’amore senza limiti per il Signore Gesù, mentre nei tempi a noi più vicini ha trovato valido aiuto in tante persone consacrate che, vivendo nel secolo, hanno voluto essere per il mondo lievito di santificazione e fermento per iniziative ispirate al Vangelo.

3. Dobbiamo affermare con forza che anche oggi c’è bisogno della testimonianza della vita consacrata, affinché l’uomo non dimentichi mai che la sua dimensione vera è l’eterno. L’uomo è stato destinato ad abitare «cieli nuovi e terra nuova» (2 Pt 3, 13), e proclamare che la felicità definitiva è data solo dall’infinito Amore di Dio.

Come sarebbe più povero il nostro secolo se si indebolisse la presenza di esistenze consacrate a questo Amore; e come sarebbe più povera la società se non fosse indotta ad alzare lo sguardo là dove sono le vere gioie! Più povera sarebbe anche la Chiesa, se venisse meno chi manifesta concretamente e con forza la perenne attualità del dono della propria vita per il Regno dei Cieli. Il popolo cristiano ha bisogno di uomini e donne che nell’offerta di sé al Signore trovano la piena giustificazione della propria esistenza e si assumono così il compito di essere «luce delle genti» e «sale della terra», costruttori di speranza per quanti si interrogano sulla perenne novità dell’ideale cristiano.

4. Non possiamo nasconderci che in alcune regioni il numero di coloro che accettano di consacrarsi a Cristo sta diminuendo. Di qui la necessità di un crescente impegno di preghiera e di adeguate iniziative per impedire che tale congiuntura possa avere gravi conseguenze per il popolo di Dio. Invito perciò i Confratelli nell’episcopato a promuovere specialmente tra il clero e i laici la conoscenza e la stima per la vita consacrata. Nei Seminari, soprattutto, dispongano che non manchino corsi ed istruzioni circa il valore della consacrazione religiosa. Esorto i presbiteri poi a non rinunciare mai di proporre ai giovani tale alto e nobile ideale.

Sappiamo tutti quanto sia importante l’opera di una guida spirituale perché i germi di vocazione seminati «a piene mani» dalla grazia possano svilupparsi e maturare.

Ai catechisti raccomando di presentare con coerente solidarietà nella dottrina questo dono divino che il Signore ha fatto alla sua Chiesa.

Ai genitori dico, confidando nella loro sensibilità cristiana nutrita di viva fede, che essi potranno gustare la gioia del dono divino, che entrerà nella loro casa, se un figlio o una figlia sarà chiamato dal Signore al suo servizio.

Ai teologi ed agli scrittori di discipline religiose, rivolgo un caldo invito, affinché si impegnino a mettere in luce secondo la tradizione cattolica il significato teologico della vita consacrata.

Agli educatori raccomando di presentare con frequenza le grandi figure di consacrati, religiosi e secolari, che hanno servito la Chiesa e la società nei più svariati campi.

Alle Famiglie religiose e agli Istituti di vita secolare ricordo che la prima e più efficace pastorale vocazionale è la testimonianza, quando essa si esprime con una vita piena di gioia nel servire il Signore.

Esorto, altresì, i membri degli Istituti di vita contemplativa, a considerare che il vero segreto del rinnovamento spirituale e della fecondità apostolica della vita consacrata ha la sua radice nella loro preghiera. Ricco è il patrimonio spirituale e dottrinale che i contemplativi possiedono, mentre il mondo proprio in tale ricchezza cerca risposta agli interrogativi costantemente suscitati dalla nostra epoca.

Ma soprattutto mi rivolgo ai giovani di oggi, e dico loro: «Lasciatevi sedurre dall’Eterno», ripetendo la parola dell’antico profeta: «Mi hai sedotto, Signore . . . mi hai fatto forza ed hai prevalso» (Ger 20, 7).

Lasciatevi affascinare dal Cristo, l’infinito apparso in mezzo a voi in forma visibile e imitabile.

Lasciatevi attrarre dal suo esempio, che ha cambiato la storia del mondo e l’ha  che vuole distogliere i vostri occhi dai modelli terreni, per iniziare in voi la vita dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (cfr. Ef 4, 24).

Innamoratevi di Gesù Cristo, per vivere la sua stessa vita, affinché il nostro mondo possa avere la vita nella luce del Vangelo.

5. Affidiamo alla Vergine Maria la grande causa della vita consacrata. A Lei, Madre delle Vocazioni, seguendo l’invito della sua parola, «fate quello che egli vi dirà» (Gv 2, 5), chiediamo:

 

 

O Vergine Maria,

a te raccomandiamo la nostra gioventù,

in particolare i giovani chiamati

a seguire più da vicino il Figlio tuo.

Tu conosci quante difficoltà essi devono affrontare,

quante lotte, quanti ostacoli.

Aiutali a pronunciare anch’essi il loro «sì»

alla chiamata divina,

come tu facesti all’invito dell’Angelo.

Attirali accanto al tuo cuore,

perché possano comprendere con te

la bellezza e la gioia che li attende,

quando l’Onnipotente

li chiama alla sua intimità,

per costituirli testimoni del suo Amore

e renderli capaci

di allietare la Chiesa

con la loro consacrazione.

O Vergine Maria,

ottieni a tutti noi di poter gioire con te,

nel vedere che l’amore

portato dal Figlio tuo è accolto,

custodito e riamato.

Ottieni che possiamo vedere

anche ai nostri giorni

le meraviglie della misteriosa azione dello Spirito Santo.

LA MEDITAZIONE PER IL RITIRO SPIRITUALE ALLE SUORE ALCANTARINEultima modifica: 2013-12-27T23:26:13+00:00da pace2005
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