La XVI Lezione di teologia morale on-line

Corso di Teologia morale on-line

 

a cura di padre Antonio Rungi- teologo morale

 

Il peccato secondo la morale cattolica

 

 

LEZIONE N. 16- Mercoledì 19 Agosto 2009

 

1.Introduzione.

 

Questa XVI lezione di teologia morale intendo dedicarla interamente al tema del peccato secondo la morale cattolica. Si tratta di uno dei temi più discussi e dibattuti nel corso dei secoli ed in determinati periodi della storia dell’etica cristiana si è certamente accentuato questo discorso rispetto agli altri, che pure sono fondamentali nella morale cristiana. Discorsi che abbiamo sviluppato nelle lezioni precedenti e che prospettano una morale in chiave positiva, nel senso che bisogna dare maggior peso a ciò che è grazia e bene per mediare un linguaggio etico che non è solo di proibizioni, ma di promozione della dignità della persona umana. Oggi la perdita del senso del peccato e la conseguente non necessità di accostarsi al sacramento della confessione ripropone in modo organico il tema del peccato e di conseguenza di come debellare le forze del male che si annidano nella mente e nel cuore delle persone che hanno scelto di fare un cammino di vita cristiana serio e responsabile. Con la presente lezione entriamo nel cuore stesso del tema del peccato o lo analizziamo da vari punti di vista, in primo luogo da un punto di vista dell’insegnamento biblico, teologico, morale e magisteriale.

“Forse oggi il più grande peccato del mondo è quello che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato! Dopo che, nel 1946, Pio XII disse queste parole, la storia degli ultimi 60 anni dell’umanità e della stessa cristianità si racconta come il senso del peccato sia praticamente scomparsa nella vita degli stessi cristiani. Scriveva P.Nizan “Ma quando ci libereremo dei cristiani, dei loro confessionali e dei loro peccati e dei loro esami di coscienza?”. Un augurio di questo anticattolico che si sta realizzando oggi nel nostro tempo in cui con il senso del peccato, perso ormai in modo evidente, si sono persi il senso della vita, della gioia, della felicità, della semplicità, dell’amore vero, dei sentimenti autentici, della famiglia e delle cose che contano davvero nell’esistenza umana. La crisi morale è generale ed investe ogni settore, in quanto secondo la filosofia dell’uomo di oggi, tutto è permesso ed è lecito. Il distacco completo dalla pratica della confessione ci dice esattamente di come stiamo oggi le cose su questo versante. Per aiutare noi e gli altri in un recupero del senso del peccato e quindi dell’etica cristiana ci accostiamo con semplicità a quanto la Chiesa insegna al riguardo. Alla base di questo comportamento nuovo e diverso modo di pensare ci sono varie cause: cambiamento del clima culturale, sociale, economico, ecclesiale, che chiama direttamente o indirettamente in causa i credenti, ai quali è rivolto in primo luogo questo discorso.

 

 

2. Il Catechismo della Chiesa cattolica

 

Il catechismo della Chiesa cattolica tratta questo argomento nella parte relativa alla vita in Cristo Nella prima dove si parla della vocazione dell’uomo ed in particolare della vita nello spirito, nel primo capitolo, dedicato alla dignità della persona umana, si parla del peccato. Attingiamo da questa fonte dottrinale certa tutto ciò che è necessario per la comprensione teologica del peccato.

2.1. La misericordia e il peccato

 

Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori. L’angelo lo annunzia a Giuseppe: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). La stessa cosa si può dire dell’Eucaristia, sacramento della redenzione: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,28).(CCC, 1846).

«Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi». L’accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe. «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa» (1Gv 1,8-9). (CCC, 1847).

Come afferma san Paolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il nostro cuore e accordarci «la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 5,21). Come un medico che esamina la piaga prima di medicarla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato:

«La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell’azione dello Spirito di verità nell’intimo dell’uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell’elargizione della grazia e dell’amore: “Ricevete lo Spirito Santo”. Così in questo “convincere quanto al peccato” scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. Lo Spirito di verità è il Consolatore ».(CCC, 1848).

 

2.2. La definizione di peccato

 

Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna».(CCC, 1849).

Il peccato è un’offesa a Dio: «Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto» (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare « come Dio» (Gn 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male. Il peccato pertanto è «amore di sé fino al disprezzo di Dio ». Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all’obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza. (CCC, 1850).

È proprio nella passione, in cui la misericordia di Cristo lo vincerà, che il peccato manifesta in sommo grado la sua violenza e la sua molteplicità: incredulità, odio omicida, rifiuto e scherno da parte dei capi e del popolo, vigliaccheria di Pilato e crudeltà dei soldati, tradimento di Giuda tanto pesante per Gesù, rinnegamento di Pietro, abbandono dei discepoli. Tuttavia, proprio nell’ora delle tenebre e del principe di questo mondo, il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati. (CCC, 1851).

 

2.3. La diversità dei peccati

 

La varietà dei peccati è grande. La Scrittura ne dà parecchi elenchi. La lettera ai Gàlati contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito: «Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (Gal 5,19-21). (CCC, 1852).

I peccati possono essere distinti secondo il loro oggetto, come si fa per ogni atto umano, oppure secondo le virtù alle quali si oppongono, per eccesso o per difetto, oppure secondo i comandamenti cui si oppongono. Si possono anche suddividere a seconda che riguardino Dio, il prossimo o se stessi; si possono distinguere in peccati spirituali e carnali, o ancora in peccati di pensiero, di parola, di azione e di omissione. La radice del peccato è nel cuore dell’uomo, nella sua libera volontà, secondo quel che insegna il Signore: «Dal cuore […] provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo» (Mt 15,19-20). Il cuore è anche la sede della carità, principio delle opere buone e pure, che il peccato ferisce. (CCC, 1853).

 

2.4. La gravità del peccato: peccato mortale e veniale

 

È opportuno valutare i peccati in base alla loro gravità. La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, già adombrata nella Scrittura, si è imposta nella Tradizione della Chiesa. L’esperienza degli uomini la convalida. (CCC, 1854).

Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore. Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca. (CCC, 1855).

Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione: «Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale […] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc. […] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo — è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. —, tali peccati sono veniali». (CCC, 1856).

Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: «È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso».(CCC, 1857).

La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre» (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo. (CCC, 1858).

Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono. (CCC, 1859).

L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave. (CCC, 1860).

Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio. (CCC, 1861).

Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso. (CCC, 1862).

Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. «Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna». «L’uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia non devi dar poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce riempiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza resta allora? Si faccia anzitutto la Confessione… ». (CCC, 1863).

«Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata » (Mt 12,31). La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. (CCC, 1864).

 

2.5. La proliferazione del peccato

Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice. (CCC, 1865).

I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l’esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano  e san Gregorio Magno. Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia, l’ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia. (CCC, 1866).

La tradizione catechistica ricorda pure che esistono «peccati che gridano verso il cielo». Gridano verso il cielo: il sangue di Abele; il peccato dei Sodomiti; il lamento del popolo oppresso in Egitto; il lamento del forestiero, della vedova e dell’orfano;  l’ingiustizia verso il salariato. (CCC, 1867).

Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo: prendendovi parte direttamente e volontariamente; comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo; proteggendo coloro che commettono il male. (CCC, 1868).

Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l’ingiustizia. I peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla bontà divina. Le «strutture di peccato» sono espressione ed effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un «peccato sociale». (CCC, 1869).

 

3. Approfondimento teologico

Il peccato va considerato come una rottura volontaria, da parte di un individuo o di un popolo dell’alleanza offerta dal Signore. Oltre alla trasgressione di una regola, esso rappresenta un rifiuto di collaborazione e di amore, che riguarda la persona stessa di Dio. E’ fondamentalmente un’avversione a Dio e una conversione alle creature, cioè a tutto ciò che non è l’Essere assoluto. I profeti hanno coniato una bellissima espressione per indicare il peccato: questo è un adulterio (Ger. 3,1-5, 19.25; Es.23; Os 2,1). Il concetto è molto chiaro: Dio è tradito dall’uomo. Lo sposo è tradito dalla sua sposa, che è la persona singola o la comunità, la Chiesa. Anche se il peccato non sembra toccare Dio nella sua gloria (Gb. 35,6), esso attiva un meccanismo di odio verso Dio, il quale vuole, come ben sappiamo, che tutti gli uomini si salvino, nel mistero del Cristo Redentore. Il questo modo il peccato entra nel mistero di Dio e potrebbe essere la risposta negativa, il rifiuto della chiamata di Dio a partecipare alla sua beatitudine. Ci troviamo di fronte ad un mistero, che  può essere interpretato alla luce della Parola di Dio e del Magistero della Chiesa.

E’ un fatto misterioso l’ingresso del peccato nella storia degli uomini (peccato originale, di cui ci narra la Genesi) sotto istigazione di colui che l’evangelista definisce con il titolo ridondante di “principe di questo mondo” (Gv 12,31; 14,30; 16,8-11). Si svolge all’interno del dramma globale di una lotta che va ben oltre le sole e deboli forze umane (Gv 1,5). E’ ancora un mistero come il peccato  riesca a propagare tra gli uomini una sorta di solidarietà al rovescio, appunto da poter dire che “in Adamo tutti hanno peccato” (Rm. 5,12-15) e che “non vi è un solo uomo giusto” (Rm. 3,10). E’ infine un mistero come il peccato dell’uomo conduca Gesù al sacrificio della Croce (Mc. 10,45; Mt. 28,28). Davanti alla Croce il peccato svela la sua vera natura: non è soltanto disobbedienza a un comandamento divino e neppure soltanto adulterio, ma condanna a morte dell’Amore. Il peccato uccide l’amore a Dio e ai fratelli. Tale è la sua misteriosa e terribile efficacia. Con un solo atto, quello del dono della propria vita, Cristo ottiene il perdono del nostri peccati e ci fa conoscere il vero volto del peccato. E’ uccidere l’innocente, il puro, il santo, la verità, è azzerare l’amore dentro e fuori di se stessi. Così la concezione cristiana del peccato non si basa su una tiepida contemplazione della colpa (in se stesso il peccato è oscuro), ma sulla contemplazione dell’opera di misericordia di Colui che frequenta i pubblicani e i peccatori (Lc 7,34) e che può guarire i cuori oltre che i corpi.

Se il peccato resta di per sé misterioso, le sue conseguenze sono evidenti. Introduce la divisione e la separazione, porta con sé una serie di perversioni quella relativa all’immagine di Dio che diviene una specie di potentato impotente e geloso del suo potere (Gn. 11,5-9), quando addirittura non viene confusa con ogni specie di idoli (Rm 1,3); quella dell’immagine del fratello, che diviene un rivale di cui ci si auspica la morte (Gn 4,1-16); quella delle relazioni trai i sessi, poiché la violenza e la seduzione sì sostituiscono alla complementarietà (l’uno per l’altro) originaria (Gn. 3,16); quella della coscienza individuale, che diviene frattura dell’uomo nella sua parte più intima (Rm 7,14-19; Gal 5,17); quella, infine, delle relazioni tra l’uomo e il creato, cosicché la carestia si manifesta proprio là dove avrebbe dovuto esserci abbondanza (Lc 15,14).

Il peccato si manifesta in abitudini, in strutture sociali, in comportamenti collettivi, entra nella mentalità comune.

La teologia contemporanea reagendo contro una concezione troppo individualista, sottolinea la dimensione collettiva o sociale del peccato. E’ vero che ogni persona che viene al mondo è inizialmente vittima di questo “peccato del mondo” (Gv 3,19; 15, 18); più tardi diventerà lui stesso un peccatore responsabile. Ma non ci sembra lecito parlare di peccato sociale o di peccato strutturale, quasi a rimarcare il fatto che essendo un peccato di tutti, non è peccato di nessuno. E’ questo un modo di coltivare una forma di colpa collettiva che è veramente un regresso a livello morale. Io non posso ritenermi responsabile dei comportamenti altrui, ma certamente dei miei, sia nelle azioni che nelle omissioni, visto che il pensiero appartiene solo all’individuo. I figli non devono scontare le colpe dei loro padri (Dt 26, 16 e Ger 9,3). Ogni altra visione del peccato rischia di sfociare in una concezione fatalista della colpa, cioè doveva succedere per forza. Cristo ci propone una via di autentica liberazione dal peccato.

Nei libri profetici, come nell’Epistolario Paolino si trovano spesso elenchi di peccati. Ogni volta si arriva alla conclusione: questi peccati escludono dalla promessa del Regno di Dio (1Cor 6,9; Gal 5, 21). Perciò il credente deve combattere senza sosta il peccato in tutte le sue forme e manifestazioni. La Sacra Scrittura stessa ricorda quali armi bisogna usare in questa lotta: la preghiera, l’elemosina, la carità, la sequela di Cristo; sono queste le armi della conversione che comincia dal riconoscere il proprio peccato. Tutte le strade verso Dio, tre volte santo, ovvero santissimo, passano per l’umile accettazione della condizione peccatrice dell’uomo (il Kyrie nella Messa, il Signore pietà).

La Chiesa, lungo i secoli, ha sviluppato una costante riflessione per aiutare il fedele a capire la natura dei suoi peccati e a misurare così il suo bisogno di grazia.

Il Concilio di Trento fa obbligo al penitente di confessare le sue colpe (in pensieri, opere ed omissioni) precisando il loro numero e il loro genere. L’obbligo vale tuttora (CJC, 988). Si possono classificare i peccati a seconda che essi riguardino principalmente la volontà, la ragione e la sensibilità. Possono anche essere classificati secondo la causa. Si distingue allora il peccato di ignoranza, debolezza e di malizia. Come ogni azione umana, il peccato comporta un’intenzione, un oggetto (una materia), delle circostanze. Ognuno di questi elementi deve essere considerato in se stesso per valutare la gravità del peccato. Le distinzioni secondo la gravità risalgono alla stessa Sacra Scrittura (Lc. 6,41); esse hanno permesso alla teologia successiva di distinguere i peccati mortali dai veniali. Infine, come tutti gli atti umani cattivi, il peccato obbliga il suo autore alla riparazione, diretta o indiretta, e all’accettazione della pena conseguente.

Queste distinzioni appartengono ad un cammino di conversione. Rappresentano una condizione di verità. Il peccatore impara così a conoscersi meglio: ingannarsi sul proprio peccato significa anche ingannarsi su se stessi e su Dio. Rappresentano inoltre una condizione di progresso: il peccatore può misurare fino a che punto ha bisogno di Dio, del suo perdono, della forza della sapienza del suo Spirito. La confessione si trasforma così in una prova d’amore verso Dio e verso il prossimo; il peccatore si impegna a trasformare la sua vita per meglio rispondere alla sua vocazione alla santità.

I santi sono, infatti, innanzitutto coloro che si riconoscono peccatori. Il sentimento dell’amore di Dio precede sempre quello della colpa. La miseria umana quando la si accetta mette l’uomo davanti alla responsabilità dei propri atti e dei propri peccati. Al tempo di Gesù i farisei evitavano di prendere coscienza della loro colpa che stava dentro il loro cuore, pur essendo esatti osservatori esteriori della legge di Dio. Gesù condanna questa morale di apparenza e chiede una morale che parta dal cuore e rinnovi continuamente il cuore. Anche oggi registriamo un nuovo fariseismo, che preferisce non dover parlare di peccato né di perdono per non mettere l’uomo davanti alla sua miseria.

 

3.1. Peccato capitale (o vizio capitale)

Nella psicologia del peccatore si crea una sorta di cristallizzazione attorno a certi punti deboli. In lui certi peccati o, più esattamente, certi vizi acquistano un predominio sempre crescente nell’ambito della vita interiore, tanto da spingere il soggetto a commettere altri peccati quasi fossero i mezzi migliori per realizzarsi e sentirsi soddisfatto. Si possono perciò distinguere diversi tipi di peccati, diversi gradi di predisposizione al male, diverse debolezze, innate o acquisite: ci sono gli orgogliosi, gli avari, gli arroganti, che diventano furiosi a ogni minima opposizione; i pigri che rifiutano anche il minimo impegno, i sensuali inclini alla golosità o alla lussuria, gli invidiosi sempre pronti a godere dei mali degli altri e rattristarsi dei loro successi.

Questo elenco non può essere ovviamente completo. Il numero dei sette peccati o vizi capitali è una classificazione tradizionale e sono detti tali in quanto sono alla base (caput=capo) di altri comportamenti immorali, non perché siano peccati maggiori rispetto agli altri. Ognuno di essi dà origine a tutta una serie di altri vizi. Nell’esame di coscienza, così come nella guida spirituale, bisogna individuare il peccato di partenza e concentrarsi soprattutto su quello per iniziare un vero cammino di conversione.

 

3.2. Peccato mortale

Non tutti i peccati hanno la stessa gravità. Già nella Sacra Scrittura si trovano al riguardo delle distinzioni (Mt 7,3-4; Gv 5,16-17). In questo campo la Chiesa, lungo i secoli ha dovuto lottare sia contro tendenze rigoriste sia contro tendenze lassiste. Se nel passato prevalevano le prime; oggi prevalgono le seconde: il lassismo morale è un dato di fatto.

La distinzione tra peccato mortale e veniale si è precisata solo gradualmente con il contributo della teologia e del magistero. Tuttavia non mancano ancora oggi delle esitazioni in merito. Scriveva San Tommaso d’Aquino a questo proposito: “Quando con il peccato l’anima provoca un disordine che causa la separazione dal suo fine ultimo che è Dio, a cui è legata per mezzo della carità, allora vi è un peccato mortale”.

L’oggetto voluto nell’azione cattiva è direttamente incompatibile con l’adesione al vero fine dell’uomo. Così non è possibile tendere a quell’oggetto senza distogliere il volere dal vero bene, cioè da Dio. Il danno provocato da un tale atto è di per sé irreparabile. Con il peccato l’uomo varca il solco e si pone tra i nemici di Dio. Si ribella alla legge eterna ed annienta in sé la carità: ecco perché un atto di questo genere si chiama peccato mortale. Tale peccato dà necessariamente origine a una pena che non cesserà mai. Pare che non sia possibile nessuna guarigione, si può solo sperare in una risurrezione. In peccato mortale non può essere perdonato se non con l’assoluzione sacramentale dopo la confessione individuale. Chiaramente siamo sul piano della religione, della fede cattolica, dell’insegnamento della morale cristiana. E quindi il discorso è rivolto ai credenti, a quanti si dico e professano cattolici, perché su questo tema è diversa la posizione delle altre confessioni cristiane (protestanti ed ortodossi) e di altre religioni.

Perché una mancanza possa essere classificata come peccato mortale sono richieste tre condizioni: l’oggetto dell’atto deve riguardare una materia grave, l’azione deve essere commessa con cognizione di causa, l’atto deve essere deliberatamente voluto.

L’espressione peccato mortale sembra creare oggi delle difficoltà. Alcuni mettono in discussione l’importanza che la teologia tradizionale ha attribuito al valore di un solo atto umano (soprattutto i sostenitori dell’opzione fondamentale). Oppure si fa fatica a capire come Dio che è Padre della misericordia possa lasciare che uno dei suoi figli si perda definitivamente. Così si preferisce parlare di colpa grave, anziché di peccato mortale.

 

3.3. Peccato veniale

L’espressione peccato veniale crea oggi qualche problema di interpretazione. Da un lato l’aggettivo veniale non trova più spazio nel linguaggio moderno, dall’altro la parola peccato dice stretto rapporto con il peccato mortale o grave.

Tradotti in termini morali e finalizzato al discorso della confessione sacramentale, il peccato è detto veniale quando il suo oggetto non riguarda una materia grave. Per esempio, se la diffamazione è di per se un peccato mortale, perché lede direttamente uno dei beni essenziali della persona umana, cioè il suo onore, riferire qualche particolare, insignificante, di scarsa importanza non può essere considerato diffamatorio, o un fatto che intacca la reputazione della persona.

Dal punto di vista soggettivo, il peccato è detto veniale se la consapevolezza o la volontà dell’autore non sono totali. Ad esempio uccidere è di per sé una colpa assai grave, ma se l’uccisore non sapeva che il suo gesto poteva provocare la morte di qualcuno l’azione rientra fra i peccati veniali. Se ne deduce che il peccato veniale non può essere considerato come un peccato mortale imperfetto; esprime – come dice Sant’Agostino – un’esagerata “conversione alle creature”.

Sarebbe tuttavia errato giudicarlo senza importanza. Infatti, esso indebolisce la forza morale della persona, ostacola il suo progresso spirituale e apre la via a disordini più gravi. Per questo deve essere combattuto con atti di carità e di penitenza. Di questo parliamo in modo più dettagliato nelle pagine che seguono, facendo ricorso anche al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, ad altri documenti magisteriali sull’argomento e al Codice di Diritto Canonico.

 

4. La distinzione bipartita tradizionale del peccato: mortale e veniale

È dottrina cattolica che non ci sia sacramento della penitenza senza peccato e in particolare senza il peccato mortale. Il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica si pone delle questioni al riguardo e vi risponde al fine di indicare la giusta interpretazione del concetto di peccato. Vi consiglio di leggere attentamente i nn.391-400 del Compendio (pagg.109-110).

 

4.1.Quando si commette il peccato mortale?. Si commette il peccato mortale quando ci sono nel contempo materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso. Questo peccato distrugge in noi la carità, ci priva della grazia santificante, ci conduce alla morte eterna dell’inferno se non ci si pente. Viene perdonato in via ordinaria mediante i sacramenti del battesimo e della penitenza o riconciliazione».

 

4.2. Quando si commette il peccato veniale?. Il peccato veniale, che si differenzia essenzialmente dal peccato mortale, si commette quando si ha materia leggera, oppure anche grave, ma senza piena consapevolezza o totale consenso. Esso non rompe l’alleanza con Dio, ma indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per i beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene purificatrici tempora».

 

5.1. Le proposte di una tripartizione (mortale, grave, veniale). La posizione dell’Esortazione “Reconciliatio et Paenitentia”.

 

Tuttavia, a partire dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, la tradizionale distinzione bipartita è stata sottoposta a critica ed è stata proposta un’articolazione tripartita (peccato mortale, peccato grave, peccato veniale) da vari autori, specialmente olandesi e tedeschi, seppure in modi non coincidenti e talvolta molto diversi, spesso in connessione con la dottrina dell’opzione fondamentale negativa come vera sorgente della mortalità morale.

Quel che in ogni caso accomunava le varie proposte tripartite era l’introduzione di una differenza tra il peccato grave e il peccato mortale contro l’identificazione tra le due. In realtà, l’identificazione è ben fondata nella tradizione. L’Esortazione Reconciliatio et paenitentia al n. 17 lo dice esplicitamente: «Se si guarda alla materia del peccato, allora le idee di morte, di rottura radicale con Dio, sommo bene, di deviazione dalla strada che porta a Dio o di interruzione del cammino verso di lui (tutti modi di definire il peccato mortale) si congiungono con l’idea di gravità del contenuto oggettivo: perciò, il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale».

Non è un caso che RP 17 richiami questo punto. Vi è infatti in queste parole una precisa presa di posizione in generale proprio nei confronti delle proposte di tripartizione. I padri sinodali hanno inteso riaffermare la dottrina tridentina «sull’esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali», ricordando «che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso» e che «alcuni peccati – poi – quanto alla loro materia, sono intrinsecamente gravi e mortali […] Questi atti, se compiuti con sufficiente consapevolezza e libertà, sono sempre colpa grave». La tripartizione, si dice, rischia di ferire l’essenziale differenza che si dà tra peccato veniale e peccato mortale.

«Durante l’assemblea sinodale è stata proposta da alcuni Padri, una distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come veniali, gravi e morali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il fatto che fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo» (RP 17).

 

5.2. Il presupposto di Reconciliatio et Paenitentia.

È evidente che RP ritiene superflua la tripartizione giacché la gravità morale vera è quella mortale e presupposta la piena – o, in ogni caso, sufficiente – consapevolezza e libertà il peccato grave non può non essere mortale e viceversa. Naturalmente RP non si ferma su cosa significhi «consapevolezza e libertà». Rinvia al sapere teologico-morale ordinario, che su questo punto non manca di complessità. Lo si vede bene nel commento che, proprio in riferimento a RP 17, i vescovi tedeschi offrono a queste parole. Sulla libertà si dice: «La libertà si realizza sempre in un processo temporale. L’uomo non cade in modo del tutto immediato nel peccato grave, ma solo dopo che in lui è maturata una disposizione morale malvagia. Dove qualcuno commette il male, senza che ciò sia stato preceduto da un’evoluzione interiore manchevole e fallace, si può supporre che per quel peccato siano stati decisivi dei moventi esterni, come, per esempio, la seduzione, una situazione esterna quasi insopportabile o una disposizione naturale difficilmente dominabile.

Un modo per vedere se una persona ha agito davvero liberamente consiste nello stabilire fino a che punto essa, una volta compiuto tale atto malvagio, si identifichi con ciò che ha fatto. Se, dopo tale atto, si distanzia subito da esso e se ne pente sinceramente, si tratta di un segno che chi ha agito non ha implicato la totalità della sua persona in quell’atto, o che la sua libertà era in qualche modo limitata. Se, al contrario, chi ha agito riafferma la validità di ciò che ha fatto e si dichiara disposto a comportarsi ancora così, allora si è di fronte a un pieno coinvolgimento della libertà».

Riguardo alla consapevolezza, invece, così si dice:

«Quando si parla di piena consapevolezza, il problema è, invece, quello della conoscenza della gravità di una certa materia o di un comandamento. Esistono diversi gradi di consapevolezza. Ciò dipende da parecchi fattori: dall’educazione, dal modo in cui la società vede i valori, dalla capacità di saper distinguere una materia importante da una meno importante, e dalla disponibilità a cercare di formarsi una chiara consapevolezza della materia di determinati atti. Chi ha la piena avvertenza della gravità di un atto o di un comandamento e, ciò nonostante, compie tale atto, si rende colpevole in modo più grave. Egli, infatti, agisce consapevolmente contro ciò di cui ha piena avvertenza e contro la voce della sua coscienza. Se, al contrario, manca la piena consapevolezza, nell’atto malvagio si ha una grave mancanza dal punto di vista oggettivo, ma dal punto di vista soggettivo non si ha una grave colpa».

Come si vede, il carattere libero dell’atto è proporzionale a quella che si può chiamare l’identificazione del soggetto con l’atto che compie. Quanto più l’atto esprime la disposizione profonda della volontà, tanto più l’atto è del soggetto e lo manifesta.

La consapevolezza è legata alla conoscenza: conoscere la gravità dell’atto è condizione perché si dia un atto moralmente grave o mortale, altrimenti si dà un atto oggettivamente grave ma soggettivamente non grave e dunque neanche mortale.

Con RP 17, poi, i vescovi ritengono che alcuni atti siano intrinsecamente gravi e mortali per la loro materia e che non si possa dare dubbio sulla loro mortalità in alcuni casi nei quali essi appaiono con umana evidenza gravi (apostasia, omicidio, adulterio). Negli altri casi, possono sussistere dei dubbi sul grado di consapevolezza e libertà; l’esteriorità non basta e «ci si deve chiedere fino a che punto quell’atto sia accompagnato da piena avvertenza e deliberato consenso», mancando le quali si dà il peccato non mortale ma veniale.

Dunque il peccato grave e il peccato mortale sono ordinariamente coincidenti. La non coincidenza è l’eccezione, quando si dà un’imperfezione dell’atto. È la stessa dottrina che ritroveremo in Veritatis splendor ove RP 17 è nettamente ripresa così come il suo rifiuto di identificare il peccato morale con l’opzione fondamentale negativa.

 

5.3. La questione posta dal linguaggio canonico

Considerata la continuità e la forza con le quali il magistero ha ribadito l’identità dottrinale e pratica di peccato grave e peccato mortale, non meraviglia che il Codice di diritto canonico (CJC) promulgato nel 1983 e successivamente anche il Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO) promulgato nel 1990 abbiano generalizzato l’uso del termine «peccato grave» là dove il Codice del 1917 usava la terminologia del «peccato mortale». Tuttavia, specialmente nel CJC, questa scelta porta ad alcune conseguenze impreviste, come vedremo.

L’equivalenza dei due termini non pone alcuna questione nei canoni nei quali si tratta del peccato in senso morale e sacramentale; ciò che in Trento e nel Codice del 1917 si diceva con «mortale» ora si dice con «grave» senza nessun cambiamento. Lo si vede bene nei can. 916 (celebrazione/comunione eucaristia e peccato grave), can. 960 (forma della confessione), can 963 (nel caso di assoluzione generale), can. 988 (obbligo della confessione dei peccati gravi in numero e specie), e can. 989 (obbligo della confessione annuale dei peccati gravi).

Comincia a porre problemi là dove il peccato grave (= mortale) è posto come tale sulla base di una valutazione principalmente esteriore e giuridica. Due sono i punti nei quali emergono problemi.

Il can. 1007 suona così: «Non si conferisca l’unzione degli infermi a coloro che perseverano ostinatamente in un peccato grave manifesto». Gli estensori del nuovo Codice hanno così evitato la pesante dizione del can. 942 del vecchio Codice.

Tuttavia, chi può essere considerato peccatore grave manifesto? Bisogna dire che il Codice non indica con chiarezza chi possa essere considerato peccatore grave manifesto. Offre invece qualche elemento per individuare quelli che chiama peccatores manifesti nel can. 1184 § 1 ove si indicano le persone che vanno private delle esequie ecclesiastiche, se non hanno dato segni di pentimento prima della morte. Esse sono: gli apostati, eretici e scismatici notori; chi si è fatto cremare per motivi contrari alla fede; «gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli».

Dal momento che l’esclusione dalle esequie ecclesiastiche non significa affermazione della dannazione del defunto o anticipazione del giudizio di Dio, ma solo una misura disciplinare per salvaguardare il senso e la consistenza della comunione ecclesiale, appare chiaro che il peccato (o peccatore) del quale qui si parla è una categoria essenzialmente giuridica, che non può essere identificata semplicemente con il peccato mortale. Si osservi, per inciso, che non esistono eretici o scismatici più notori e consapevoli di quelli che noi chiamiamo fratelli riformati od ortodossi; eppure non sono considerati peccatori manifesti né in stato di peccato mortale.

La connotazione essenzialmente giuridica del peccato grave emerge anche in altro punto assai discusso. Così leggiamo nel can. 915: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena, e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto».

Riguardo agli scomunicati e agli interdetti non c’è stata discussione. La discussione è subito sorta intorno a questo ostinato perseverare in un peccato grave manifesto, in particolare se tale dizione facesse riferimento al caso dei divorziati risposati o a casi analoghi.

A dire il vero, sembrava inizialmente pacifico che così fosse. La Familiaris Consortio, infatti, aveva già esplicitamente affermato – oltre ad affermazioni simili per i battezzati sposati solo civilmente – riguardo ai divorziati risposati: «La Chiesa […] ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati […] dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’eucaristia» (FC 84).

Tuttavia, alcuni, basandosi sull’identificazione tra peccato grave e peccato mortale, facevano notare che i divorziati risposati – oltre a non essere né scomunicati né interdetti – neppure si possono sempre considerare in peccato grave manifesto perché non è possibile stabilire ab externo l’esistenza delle condizioni soggettive del peccato grave; inoltre, l’ostinazione dovrebbe risultare da un atteggiamento di sfida e di rifiuto dei richiami fatti dall’autorità ecclesiastica competente.

Il dibattito è stato di fatto chiuso da una Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi. La Dichiarazione afferma che sulla base di 1Cor 11,27-29 non si può partecipare dell’eucaristia in modo indegno.

Ora, come mostra il confronto con il successivo can. 712 del CCOE («Devono essere allontanati dal ricevere la divina eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni») il senso del «peccato grave manifesto» è quello appunto del modo indegno. Ora, questa valutazione ha prima un significato morale e riguarda la coscienza; tuttavia, nei casi di indegnità pubblica può porsi anche un problema giuridico, giacché c’è «un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze della comunione ecclesiale» e suscita scandalo.

I divorziati risposati sono in una condizione di «peccato grave abituale» ovvero «in una situazione oggettiva di peccato» che permane e alla quale i fedeli non pongono fine. Dunque, non c’è bisogno di altro per indicare l’ostinazione. Di conseguenza, se non è stato possibile evitare prima questa eventualità, qualora tali coniugi si presentino per la comunione «il ministro della distribuzione della comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno». Gli estensori della Dichiarazione sanno che normalmente «la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra comunione». Tuttavia, in tal caso è necessario essere fermi, data appunto la pubblicità del caso.

Nel caso che si tratti di una coppia di divorziati risposati che abbia accettato di non vivere più more uxorio potranno certamente accedere alla comunione però solo remoto scandalo. L’intervento del Pontificio Consiglio per i testi legislativi sembra chiarificante. In un certo senso lo è, ma anche la sua chiarificazione non è priva di conseguenze problematiche.

Di fatto esso dimostra chiaramente che «peccato grave» ha nel Codice due significati diversi: da una parte, ha un significato morale e coincide con il peccato mortale; dall’altra, ha un significato materiale o oggettivo e indica semplicemente un’irregolarità o un’anomalia di comportamento esteriore che non appare conforme alle regole cristiane di vita in qualcosa che la coscienza ecclesiale (magisteriale) considera grave. La configurazione di indegnità nasce da tale non-conformità esteriore e visibile socialmente.

Operando questa distinzione, viene conseguentemente a dire che l’oggettiva o esteriore manifesta situazione irregolare esclude dalla comunione indipendentemente dalla sua mortalità o gravità morale, che potrebbe non esserci, dunque non su base morale ma sulla base della stessa determinazione canonica. L’esclusione ha così un fondamento principalmente giuridico e disciplinare. È una forma canonica di scomunica, come appare più chiaramente nel can. 712 del CCEO, che la Commissione usa come criterio interpretativo della seconda parte del can. 915 del CJC.

Ne derivano alcune conseguenze. I divorziati risposati – e le persone in situazioni analoghe – sono respinti dalla comunione non perché in sicuro peccato mortale ma perché «pubblicamente indegni». Se davvero questo è quello che si vuole dire, allora lo si dica chiaramente e non si continui a dire che i divorziati non sono formalmente scomunicati; di fatto lo sono, perché l’esclusione dalla comunione ha sempre un sicuro fondamento giuridico e solo occasionalmente può avere anche un fondamento morale (peccato mortale). Allora la pastorale, basata sull’ipotesi della non-scomunica, diventa una pastorale «strana», intimamente disarmonica.

Una seconda conseguenza è che i divorziati risposati potrebbero in particolare circostanze soggettive ricevere l’assoluzione morale senza per questo avere il diritto – giuridico – di accedere all’eucaristia. Il peccato in senso vero non ci sarebbe più, rimarrebbe tuttavia il reato e la sanzione di esso, da accettare per disciplina ecclesiale.

L’uso magisteriale del linguaggio peccato grave / peccato mortale, come abbiamo visto, non manca di disarmonie, giacché si va dall’identificazione semplice dei due termini alla loro profonda dissociazione, con inevitabile confusione nella percezione dei fedeli e anche nell’articolazione dottrinale stessa di una coerente dottrina del peccato.

Sarebbe, come minimo, opportuno che il termine peccato venisse riservato all’ambito morale e non venisse più usato per indicare un’irregolarità giuridica, per quanto quest’ultima possa avere anche una sua giustificazione morale. Il peccato mortale, infatti, sfugge alle categorie giuridiche e non può essere ridotto a esse in alcun modo; esso può essere adeguatamente giudicato forse dal soggetto agente, certamente da Dio, ma da nessun altro per quanto autorevole possa essere.

 

6. Conclusione

Per chiudere questa lezione sul peccato ho scelto di fare riferimento ad un grande, al quale tutti noi siamo legati per una molteplicità di motivi, ma, a mio modesto avviso, soprattutto perché nei suoi scritti ha rivelato e manifestato tutto il dramma di una persona umana, nello stato di peccato fino a poi raggiungere la vera felicità quella di vivere nella grazia. Da peccatore a grande santo, il cammino di Agostino di Ippona non fu semplice e facile. Concorsero alla sua conversione tanti fattori tra cui è bene ricordare la preghiera insistente della sua dolcissima madre, Santa Monica. Ecco studiando il tema del male, del peccato in un santo che ha vissuto sulla sua pelle il cammino della conversione, che possiamo meglio capire nella lettura delle sue Confessioni, ci può aiutare non solo nella comprensione di questo tema centrale della morale cattolica, ma come evitare il peccato nella nostra vita, considerato che è il male morale.

La possibilità di cercare Dio e di amarlo è radicata nella stessa natura umana. Noi siamo stati creati “ad immagine e somiglianza” di Dio e dunque tendiamo naturalmente verso di Lui. Però l’uomo può anche allontanarsi consapevolmente da Dio peccando. (“Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori … Eri con me ed io non ero con te … Mi hai chiamato, ed il tuo grido ha sfondato la mia sordità; hai sfolgorato, ed il tuo splendore ha dissipato la mia cecità; hai diffuso la tua fragranza ed ora io anelo verso di te; mi hai toccato, ed ora ardo di desiderio della tua pace” (Confessioni,X, 27).

Ogni uomo deve scegliere: o vivere secondo la carne (cioè lontano da Dio) nella menzogna e nel peccato, o vivere secondo lo spirito (cioè secondo Dio) nella felicità e nella verità. La superbia della volontà che si allontana da Dio e si attacca a ciò che è inferiore è il peccato. Il peccato è quindi la rinuncia a ciò che è somma felicità e verità per preferire la creatura o le cose create, che possono rendere schiavo l’uomo. Non vi è male maggiore del peccato, anzi esso è l’unico e vero male. Infatti tutto ciò che è, per il fatto stesso di esistere, è bene. Nessuna cosa creata è male; diventa male se ci si attacca ad essa come se fosse Dio e si rinuncia, per essa, a Dio. Se l’essere è bene, il male sarà allora non-essere, e infatti per Agostino il male è mancanza, privazione di essere e di bene. Nel mondo non vi è il male assoluto ma solo gradi inferiori di essere rispetto a Dio, i quali dipendono dalla finitudine delle cose create. In altre parole, Dio è il bene sommo e il sommo essere; man mano che si procede nella scala degli esseri – angeli, animali, vegetali ecc. – la creatura, per il fatto stesso di essere creata e dunque di non essere Dio, ha in sé meno realtà, meno essere del Creatore, e perciò è soggetta, prima o poi, a commettere il male, a peccare. In sintesi, il male assoluto non può esistere; vi sono solamente dei mali che, se vengono considerati globalmente, fanno comunque parte dell’ordine cosmico e dunque sono in fondo dei beni; oppure il male è il peccato ed allora dipende dalla cattiva volontà della creatura libera (angelo o uomo): in quanto poi al male fisico, è semplicemente una conseguenza del peccato ovvero del male morale. 

La volontà è però libera nel vero senso della parola quando non è schiava del vizio e del peccato. Ed è questa libertà che può essere restituita all’uomo solo dalla Grazia divina. Il primo libero arbitrio, dato ad Adamo, consisteva nel poter non peccare. Perduta tale libertà a causa del peccato originale, la libertà finale che ci verrà data da Dio consisterà nel non poter peccare. E tale non poter peccare è un puro dono divino. Vi è dunque relazione necessaria tra libertà umana e Grazia. E’ solo la Grazia che rende l’uomo autenticamente libero. Ciò che nell’uomo è sforzo di liberazione, volontà tesa a cercare e ad amare Dio, è null’altro che l’azione della Grazia divina in noi. Senza Dio l’uomo non può che allontanarsi, prima o poi, dalla verità e dall’amore, ed è destinato a peccare.

Cristo tuttavia con la sua morte e risurrezione ci ha liberato dal peccato e ci ha ridonato la piena dignità di figli di Dio. Qualora l’uomo dovesse peccare, come spesso capita, Gesù stesso hai istituto il sacramento del battesimo per togliere il peccato originale contratto dai noi essere umani per fatto che siamo uomini, e il sacramento della confessione e penitenza per rimettere a noi i peccati commessi dopo il battesimo. Ma sappiamo cosa è richiesto perché il perdono dei nostri peccati, avuto con l’assoluzione sacramentale, diventi poi impegno di vita a non peccare più. Una rilettura attenta dei vari passi del Vangelo che si definiscono della misericordia di Cristo nei confronti dell’uomo peccatore, c’è un appello ed una richiesta fondamentale: va e d’ora in poi non peccare più. Quante volte ci siamo ripromessi di non fare più determinate azioni immorali e poi puntualmente siamo ricaduti negli stessi errori e peccati. A Pietro che chiede quante volte deve perdonare se il fratello pecca contro di lui, Gesù replica con un perdono che non ha quantificazione, ma deve essere illimitato, perché infinita è la misericordia di Dio. La preghiera di Padre Nostro ci dice esattamente quanto è grande ed infinita della misericordia di Dio e quanto Cristo comprende la nostra debolezza, fino a dire dalla Croce: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Se il peccato è grande, terribilmente omicida dell’amore, Dio Amore è più grande dei nostri più mostruosi peccati, a patto che la nostra conversione sia sincera e sia definitiva. In altri termini recuperiamo davvero in amore verso Dio e verso i fratelli.

La XVI Lezione di teologia morale on-lineultima modifica: 2009-08-19T11:06:05+00:00da pace2005
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11 pensieri su “La XVI Lezione di teologia morale on-line

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