07/09/2009

La XVII Lezione di teologia morale

Corso di Teologia morale on-line

 

a cura di padre Antonio Rungi- teologo morale

 

Il peccato secondo la morale cattolica

 

 

LEZIONE N. 17- Lunedì 7 settembre 2009

 

1.Introduzione.

 

Questa XVII lezione di teologia morale intendo dedicarla interamente alla dottrina sul peccato originale, alla fondamentale caduta del genere umano da cui ha avuto origine tutto il male nell’uomo e nel mondo e tutto ciò che è negativo per l’essere umano e la creazione. Il dolore, la sofferenza, la morte, il peccato e tutto ciò che è negativo ha origine in questo atto di ribellione di Adamo ed Eva, i nostri progenitori, nel Paradiso Terrestre. Partendo dal dato biblico e dalla nostra prospettiva religiosa e di fede cerchiamo di comprendere, per quanto ci è possibile, che cosa sia esattamente il peccato originale.

In questi giorni qualche collega di scuola mi pone frequentemente questa domanda: E’ Dio che ha creato l’uomo o l’uomo ha creato Dio. In poche parole, la religione ce la siamo costruita noi nel tempo oppure essa è base della vita stessa dell’uomo e del cosmo, perché la sua origine sta in Dio che è creatore. Per chi ha fede e conserva questa fede, il discorso sulla creazione del mondo e dell’uomo è scontato, ma non tutti oggi danno per scontate le verità della fede. Certamente il supporto della ragione, della riflessione, della scienza è importante anche per fare sana teologia e sana dottrina cristiana, ma è pur vero che dove non arriva la ragione e la scienza arriva la fede. E noi poggiamo il nostro discorso del peccato o di ogni altro tema morale proprio sulla fede. Il peccato originale rientra in un valutazione religiosa della persona e della stessa storia ed umanità. Sappiamo che il peccato originale lo contraiamo, ma non lo commettiamo, nel senso che per il fatto che apparteniamo la genere umano nasciamo con questo limite ontologico ed etico. Tale peccato lo si elimina con il sacramento del Battesimo come ben sappiamo. Tuttavia non vengono eliminate le conseguenze di tale peccato a livello personale e globale.

 

2. Il peccato originale secondo il Catechismo della Chiesa cattolica

 

2.1. La caduta

 

Dio è infinitamente buono e tutte le sue opere sono buone. Tuttavia nessuno sfugge all'esperienza della sofferenza, dei mali presenti nella natura - che appaiono legati ai limiti propri delle creature - e soprattutto al problema del male morale. Da dove viene il male? Mi chiedevo donde il male, e non sapevo darmi risposta”, dice sant'Agostino nelle “Confessioni” e la sua sofferta ricerca non troverà sbocco che nella conversione al Dio vivente. Infatti “il mistero dell'iniquità” (2Ts 2,7) si illumina soltanto alla luce del “Mistero della pietà” (1Tm 3,16). La rivelazione dell'amore divino in Cristo ha manifestato ad un tempo l'estensione del male e la sovrabbondanza della grazia [Cf Rm 5,20 ]. Dobbiamo, dunque, affrontare la questione dell'origine del male, tenendo fisso lo sguardo della nostra fede su colui che, solo, ne è il vincitore [Cf  Lc 11,21-22; Gv 16,11; 1Gv 3,8 ]. (CCC, 385).

 

2.2. “Laddove è abbondato il peccato,ha sovrabbondato la grazia”

 

2.2.1. La realtà del peccato

 

Nella storia dell'uomo è presente il peccato: sarebbe vano cercare di ignorarlo o di dare altri nomi a questa oscura realtà. Per tentare di comprendere che cosa sia il peccato, si deve innanzi tutto riconoscere il profondo legame dell'uomo con Dio, perché, al di fuori di questo rapporto, il male del peccato non può venire smascherato nella sua vera identità di rifiuto e di opposizione a Dio, mentre continua a gravare sulla vita dell'uomo e sulla storia. (CCC, 386). La realtà del peccato, e più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della Rivelazione divina. Senza la conoscenza di Dio che essa ci dà, non si può riconoscere chiaramente il peccato, e si è tentati di spiegarlo semplicemente come un difetto di crescita, come una debolezza psicologica, un errore, come l'inevitabile conseguenza di una struttura sociale inadeguata, ecc. Soltanto conoscendo il disegno di Dio sull'uomo, si capisce che il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente. (CCC, 387).

 

2.2.2. Il peccato originale - una verità essenziale della fede

 

Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà del peccato. Sebbene il Popolo di Dio dell'Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, significato che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della Risurrezione di Gesù Cristo [Cf Rm 5,12-21]. Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere “il mondo quanto al peccato” (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore. (CCC, 388). La dottrina del peccato originale è, per così dire, “il rovescio” della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, [Cf 1Cor 2.16] ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al Mistero di Cristo. (CCC, 389)

 

2.2.3. Per leggere il racconto della caduta

 

Il racconto della caduta (Gen 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo [GS, 13]. La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori. (CCC, 390)

 

2.2.4. La caduta degli angeli

 

Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, [Cf Gen 3,1-5] la quale, per invidia, li fa cadere nella morte [Cf  Sap 2,24]. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo [Cf  Gv 8,44; 391  Ap 12,9]. La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio.  Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi”. (CCC, 391). La Scrittura parla di un peccato di questi angeli [Cf 2Pt 2,4]. Tale “caduta” consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: “Diventerete come Dio” (Gen 3,5). “Il diavolo è peccatore fin dal principio” (1Gv 3,8), “padre della menzogna” (Gv 8,44). (CCC, 392). A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. “Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte” (CCC, 393). La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama “omicida fin dal principio” (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre [Cf Mt 4,1-11 ]. “Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo” (1Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio. (CCC, 394). La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del Regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo Regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni - di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica - per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina Provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma “noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28). (CCC, 395).

 

2.3. Il peccato originale 

 

2.3.1.La prova della libertà

 

Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all'uomo di mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, “perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Gen 2,17). “L'albero della conoscenza del bene e del male” (Gen 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l'uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L'uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l'uso della libertà. (CCC, 396). 

 

2.3.2. Il primo peccato dell'uomo

 

L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore [Cf Gen 3,1-11] e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo [Cf Rm 5,19]. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà. (CCC, 397). Con questo peccato, l'uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente “divinizzato” da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare “come Dio”, [Cf Gen 3,5 ] ma “senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio” (CCC, 398). La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale [Cf Rm 3,23]. Hanno paura di quel Dio [Cf  Gen 3,9-10] di cui si son fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative [Cf Gen 3,5]. (CCC, 399). L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; [Cf Gen 3,7] l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; [Cf Gen 3,11-13] i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento [Cf Gen 3,16]. L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo [Cf  Gen 3,17; Gen 3,19]. A causa dell'uomo, la creazione è “sottomessa alla caducità” (Rm 8,20). Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza [Cf  Gen 2,17] si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto [Cf Gen 3,19]. La morte entra nella storia dell'umanità [Cf  Rm 5,12]. (CCC, 400). Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera “invasione” del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele; [Cf Gen 4,3-15 ] la corruzione universale quale conseguenza del peccato; [Cf Gen 6,5; Gen 6,12; Rm 1,18-32] nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la Redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi [Cf 1Cor 1-6; Ap 2-3]. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l'universalità del peccato nella storia dell'uomo: Quel che ci viene manifestato dalla Rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l'uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create [GS, 13]. (CCC, 401).

 

2.3.4. Conseguenze del peccato di Adamo per l'umanità

 

Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo. San Paolo lo afferma: “Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori” (Rm 5,19); “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Rm 5,12). All'universalità del peccato e della morte l'Apostolo contrappone l'universalità della salvezza in Cristo: “Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita” (Rm 5,18). (CCC, 402).  Sulle orme di san Paolo la Chiesa ha sempre insegnato che l'immensa miseria che opprime gli uomini e la loro inclinazione al male e alla morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è “morte dell'anima”. Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali. (CCC, 403). In che modo il peccato di Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo “come un unico corpo di un unico uomo”. Per questa “unità del genere umano” tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo però dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutta la natura umana: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l'umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato “peccato” in modo analogico: è un peccato “contratto” e non “commesso”, uno stato e non un atto. (CCC, 404). Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata “concupiscenza”). Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale. (CCC, 405). La dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant'Agostino contro il pelagianesimo, e nel XVI secolo, in opposizione alla Riforma protestante. Pelagio riteneva che l'uomo, con la forza naturale della sua libera volontà, senza l'aiuto necessario della grazia di Dio, potesse condurre una vita moralmente buona; in tal modo riduceva l'influenza della colpa di Adamo a quella di un cattivo esempio. Al contrario, i primi riformatori protestanti insegnavano che l'uomo era radicalmente pervertito e la sua libertà annullata dal peccato delle origini; identificavano il peccato ereditato da ogni uomo con l'inclinazione al male (“concupiscentia”), che sarebbe invincibile. La Chiesa si è pronunciata sul senso del dato rivelato concernente il peccato originale soprattutto nel II Concilio di Orange nel 529  e nel Concilio di Trento nel 1546. (CCC, 406).

 

2.3.5. Un duro combattimento

 

La dottrina sul peccato originale - connessa strettamente con quella della Redenzione operata da Cristo - offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell'uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull'uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta “la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”. Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale [CA, 25] e dei costumi. (CCC,407). Le conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l'espressione di san Giovanni: “il peccato del mondo” (Gv 1,29). Con questa espressione viene anche significata l'influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini [RP, 16]. (CCC,408). La drammatica condizione del mondo che “giace” tutto “sotto il potere del maligno” (1Gv 5,19), [Cf  1Pt 5,8] fa della vita dell'uomo una lotta: Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio [GS, 37]. (CCC,409).

 

2.3.6. “Tu non l'hai abbandonato in potere della morte”

 

 Dopo la caduta, l'uomo non è stato abbandonato da Dio. Al contrario, Dio lo chiama, [Cf  Gen 3,9] e gli predice in modo misterioso che il male sarà vinto e che l'uomo sarà sollevato dalla caduta [Cf Gen 3,15]. Questo passo della Genesi è stato chiamato “Protovangelo”, poiché è il primo annunzio del Messia redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di lei. (CCC,410). La Tradizione cristiana vede in questo passo un annunzio del “nuovo Adamo”, [Cf 1Cor 15,21-22; 1Cor 15,45] che, con la sua obbedienza “fino alla morte di croce”(Fil 2,8) ripara sovrabbondantemente la disobbedienza di Adamo [Cf Rm 5,19-20]. Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunziata nel “protovangelo” la Madre di Cristo, Maria, come “nuova Eva”. Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia del peccato originale e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato. (CCC, 411). Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: “L'ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l'invidia del demonio ci aveva privati”. E san Tommaso d'Aquino: “Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). E il canto dell'Exultet: "O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!". (CCC,412).

 

3. Approfondimento scritturistico e teologico

 

Partendo dalla prospettiva didattica del problem solving, cioè del porsi delle domande, è legittimo chiedersi in questa sede di riflessione: Dio Onnipotente e Onnisciente poteva non sapere che Adamo ed Eva ''si sarebbero comportati male''? Se si, forse ci sembrerebbe sminuente per Dio. Tutto il rapporto uomo-Dio è regolato dal libero arbitrio, su questo non ci piove, ma al di sopra di questo c'è la domanda che forse avrà risposta solo alla fine dei tempi. Perchè Dio ci ha creati sapendo che avremmo creato uno strappo?

Proviamo a dare delle risposte a livello generale per poi entrare nel merito della dottrina vera e propria sul peccato originale

A S.Agostino e a S.Tommaso, l’evento del peccato originale, come atto compiuto dai nostri progenitori, non appariva quasi mitologico e poco religioso. Era per loro la risposta più normale che Dio potesse dare al problema della presenza del male nel mondo: se Dio è buono e onnipotente, perché esiste il male?

Certamente i primi capitoli della Genesi non vanno letti secondo i nostri criteri storiografici. Già nel 1948 il segretario della Pontificia Commissione Biblica, in una lettera molto autorevole scritta al Card. Suhard, scriveva: “i primi undici capitoli della Genesi... riferiscono in un linguaggio semplice e figurato, adattato alle intelligenze di un'umanità meno progredita, le verità fondamentali presupposte all'economia della salvezza e in pari tempo la descrizione popolare delle origini del genere umano e del popolo eletto”. Il testo sacro, parlando dell’albero della conoscenza del bene e del male fà capire che non si tratta di un albero materiale come quelli che noi vediamo. È evidente l’allusione ad un fatto di ordine spirituale. Per la Bibbia di Gerusalemme si tratta della “facoltà di decidere da se stessi ciò che è bene e ciò che è male, e di agire di conseguenza: una rivendicazione di autonomia morale con la quale l’uomo rinnega il suo stato di creatura. Il primo peccato dell’uomo è stato un attentato alla sovranità di Dio, una colpa di orgoglio. Questa rivolta si è espressa concretamente con la trasgressione di un precetto posto da Dio e qui rappresentato sotto l’immagine del frutto proibito”.

Circa l’accadimento del peccato originale come atto ecco che cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il racconto della caduta (Gen 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo (GS,13). La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori ” (CCC 390).

Andando nel merito del successivo quesito “Perchè Dio ci ha creati sapendo che avremmo creato uno strappo, S. Agostino risponde:“Dio, essendo sommamente buono, non permetterebbe in alcun modo che nelle sue opere ci fosse il male se non fosse così potente e buono da trarre il bene anche dal male”. Dice ancora il medesimo Santo che Dio è così onnipotente che converte il male in bene: “Dio sa fare buon uso non solo delle cose buone, ma anche di quelle cattive”. E S. Tommaso: “Appartiene all’infinita bontà di Dio il permettere che vi siano dei mali e da essi trarre dei beni”.

Quale sia tutto il bene che Dio ne ricava è impossibile per ora saperlo. Il più delle volte vediamo solo gli effetti immediati del male. Tuttavia qualcosa vediamo già: “Dal più grande male morale che mai sia stato commesso, il rifiuto e l'uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini, Dio, con la sovrabbondanza della sua grazia, (Cf Rm 5,20) ha tratto i più grandi beni: la glorificazione di Cristo e la nostra Redenzione. Con ciò, però, il male non diventa un bene” (CCC 312). Per questo La Chiesa, nella liturgia del Sabato Santo, fa sue le parole di S. Ambrogio: “O felice colpa che ci hai meritato un così grande Redentore”.

Sono interessanti le risposte che il Catechismo della Chiesa Cattolica offre alla tema del peccato originale.

 

1.“A questo interrogativo tanto pressante quanto inevitabile, tanto doloroso quanto misterioso, nessuna rapida risposta potrà bastare” (CCC 309).

 

2.“Così, col tempo, si può scoprire che Dio, nella sua Provvidenza onnipotente, può trarre un bene dalle conseguenze di un male” (CCC 312).

 

3.“L’insieme della fede cristiana che costituisce la risposta a tale questione: la bontà della creazione, il dramma del peccato, l'amore paziente di Dio che viene incontro all'uomo con le sue Alleanze, con l'Incarnazione redentrice del suo Figlio, con il dono dello Spirito, con il radunare la Chiesa, con la forza dei sacramenti, con la vocazione ad una vita felice, alla quale le creature libere sono invitate a dare il loro consenso, ma alla quale, per un mistero terribile, possono anche sottrarsi” (CCC 309).  

 

4.E infine ecco una grande affermazione, che lo stesso Catechismo evidenzia: “Non c'è un punto del messaggio cristiano che non sia, per un certo aspetto, una risposta al problema del male” (CCC 309).

 

Si può applicare anche alla tua domanda quanto Giovanni Paolo II scrive nell’enciclica Salvifici doloris: “La sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella "civiltà dell’amore". In questo amore il significato salvifico della sofferenza si realizza fino in fondo e raggiunge la sua dimensione definitiva... Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre” (SD 30). San Paolo ha detto: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28). È in quest’orizzonte che si deve cercare la risposta definitiva alla tua domanda. Allora si può comprendere la bella testimonianze di san Tommaso Moro, il quale poco prima del martirio consola la figlia dicendo: “Nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio” (cfr. Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del 22 giugno). E si può comprendere anche quanto disse Giuliana di Norwich: “Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene...: «Tu stessa vedrai che ogni specie di cosa sarà per il bene»” (Rivelazioni dell'amore divino, 32).

 

4. Il peccato originale nel Magistero di Giovanni Paolo II

 

In un recente convegno sul peccato originale nel magistero di Giovanni Paolo II, si è cercato di approfondire l’argomento in relazione al mondo moderno, in cui si fa fatica ad accettare l’idea di peccato. Il peccato originale è ancora più difficile da comprendere perché ereditario. L’insesgnamento di Giovanni Paolo II al riguardo ci aiuta alla comprensione. Nel 1986, nelle catechesi dedicate a spiegare il Credo, Giovanni Paolo II, volle trattare in modo particolareggiato il tema del peccato originale. In una di essa (quella del 24 settembre), il Papa afferma che nei confronti del peccato originale la cultura moderna solleva forti riserve perché non riesce ad ammettere l’idea di un peccato ereditario connesso con la decisione di un capostipite e ritiene che questa concezione contrasti con una visione personalistica dell’uomo. Ma subito dopo aggiunge che è proprio questo insegnamento ecclesiale sul peccato originale che si rivela di estrema importanza per l’uomo di oggi, il quale, dopo aver rifiutato la fede in questa materia non riesce più a darsi ragione dei risvolti misteriosi ed angoscianti del male di cui fa quotidiana esperienza e “finisce per oscillare tra un ottimismo sbrigativo ed irresponsabile e un radicale e disperato pessimismo”. La Chiesa invece, accettando il dogma del peccato originale, sa che nell’intimo del cuore umano c’è una lotta tremenda tra il bene e il male e che solo unendosi alla vittoria di Cristo redentore l’umanità e il singolo potranno essere anche loro vittoriosi. Il realismo cristiano non nasconde questa ferita della natura umana, ma cerca di alleviarla e risanarla con la grazia di Cristo. Perciò mantiene una visione serena ed equilibrata che poi si applica all’educazione, ai giudizi morali sulle situazioni familiari, sociali, economiche, culturali e politiche. Un altro aspetto importante della problematica attuale è che il peccato di Adamo e di Eva è letto da alcuni come la scoperta della scienza che si ribella a Dio. Seppure il peccato originale lo scopriamo attraverso la rivelazione, anche la sola ragione, pur senza un concetto esplicito di peccato originale, intravede un male originario e una condizione umana che è profondamente segnata dall’esperienza del male. Qui il dialogo tra fede e ragione si presenta quanto mai fruttuoso. Un aiuto viene al riguardo dalle scienze psicologiche e dalle implicazioni del dogma sul peccato originale per il cosmo. Non Bisogna dimenticare quel testo della lettera ai Romani dove San Paolo dice che la creazione geme aspettando la sua redenzione (Rm 8, 19-23). C’è qui un filone molto interessante di riflessione per l’ecologia e per la stessa teologia.

Il peccato originale è stato “un male necessario” per usare un’espressione che ricorre nel libro “Memoria e identità”. Questa espressione di Giovanni Paolo II va letta e colta nel contesto in cui egli la usa e con il senso giusto. Il Papa certo non vuole dire che Dio abbia l’intenzione di volere un qualunque male, cosa che in Dio è semplicemente impossibile. Vuol dire che Dio può permettere dei mali per poi trarne maggiori beni per l’umanità. Il caso estremo è senza dubbio la Passione, crocifissione e morte del Figlio di Dio incarnato. Questo è il più grande male in assoluto della storia dell’umanità. Ma da questo male Dio ha saputo trarre i più grandi beni della redenzione e della grazia. In questo senso, la Chiesa parla nella liturgia pasquale del peccato originale come di una “colpa felice” (O felix culpa) che ci donò un tale redentore. Giovanni Paolo II nelle sue catechesi sul peccato  originale, ha sviluppato fondamentalmente la dottrina della Chiesa, contenuta in modo speciale nel decreto del Concilio di Trento su questa materia, servendosi anche della solida dottrina dei grandi teologi, sopratutto di S.Tommaso d’Aquino. Ma egli, preoccupato di dare una visione personalistica di questo dogma, e nel più grande rispetto della tradizione, ha cercato di mostrare, come il dogma del peccato originale, pur nel mistero che l’avvolge, non sia contrario alla ragione umana. Nella catechesi del 1° ottobre del 1986 egli dice che “il peccato originale in nessun discendente di Adamo possiede il carattere di colpa personale. Esso è la privazione della grazia santificante in una natura che, per colpa dei progenitori, è stata distorta dal suo fine soprannaturale. È un peccato della natura, rapportabile solo analogicamente al peccato della persona”. Questa dottrina è stata poi accolta nel CCC, 404 e mostra la preoccupazione di Giovanni Paolo II di offrire una visione personalistica di questo dogma, nella più grande fedeltà alla grande tradizione magisteriale e teologica.

 

5. Conclusione

 

Concludo questa lezione con riportarvi il testo integrale del compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, che è una sintesi del testo più elaborato del Catechismo generale, ma che dà la possibilità concreta di pervenire ad una sintesi e a fissare alcuni concetti chiave e di precisa dottrina cattolica in questo ambito.

Anche qui troviamo il sistema di domanda risposta che aiuta a fissare meglio i concetti essenziali, in quanto in un sano e produttivo insegnamento alla fine bisogna pervenire ad acquisizione di conoscenze adeguate e certe, in quanto la dottrina cattolica non va assolutamente presa sotto gamba, ma necessita di approfondimento riflessione, anche perché è frutto di 2000 anni di teologia e di studi approfonditi, soprattutto dei Padri della Chiesa, a cui necessariamente facciamo riferimento, oppure ai Concili ecumenici o al magistero ordinario dei Sommi Pontefici.

Come si comprende la realtà del peccato? Nella storia dell'uomo è presente il peccato. Tale realtà si chiarisce pienamente soltanto alla luce della Rivelazione divina, e soprattutto alla luce di Cristo Salvatore di tutti, che ha fatto sovrabbondare la grazia proprio là dove è abbondato il peccato.

Che cos'è la caduta degli angeli? Con tale espressione si indica che Satana e gli altri demoni, di cui parlano la Sacra Scrittura e la Tradizione della Chiesa, da angeli creati buoni da Dio, si sono trasformati in malvagi, perché, con libera e irrevocabile scelta, hanno rifiutato Dio e il suo Regno, dando così origine all'inferno. Essi tentano di associare l'uomo alla loro ribellione contro Dio; ma Dio afferma in Cristo la sua sicura vittoria sul Maligno.

In che cosa consiste il primo peccato dell'uomo? L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, disobbedendo Gli, ha voluto diventare «come Dio» senza Dio, e non secondo Dio (Gn 3,5). Così Adamo ed Eva hanno perduto immediatamente, per sé e per tutti i loro discendenti, la grazia originale della santità e della giustizia.

 Che cos'è il peccato originale? Il peccato originale nel quale tutti gli uomini nascono è lo stato di privazione della santità e della giustizia originali. È un peccato da noi «contratto», non «commesso»; è una condizione di nascita, e non un atto personale. A motivo dell'unità di origine di tutti gli uomini, esso si trasmette ai discendenti di Adamo con la natura umana, «non per imitazione, ma per propagazione». Questa trasmissione rimane un mistero che non possiamo comprendere appieno.

Quali altre conseguenze provoca il peccato originale? In conseguenza del peccato originale la natura umana, senza essere interamente corrotta, è ferita nelle sue forze naturali, è sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza, al potere della morte, ed è incline al peccato. Tale inclinazione è chiamata concupiscenza.

Dopo il primo peccato, che cosa ha fatto Dio? Dopo il primo peccato, il mondo è stato inondato di peccati, ma Dio non ha abbandonato l'uomo in potere della morte, ma, al contrario, gli ha predetto in modo misterioso - nel «Protovangelo» (Gn 3,15) - che il male sarebbe stato vinto e l'uomo sollevato dalla caduta. E il primo annuncio del Messia redentore. Perciò la caduta sarà perfino chiamata felice colpa, perché «ha meritato un tale e così grande Redentore» (Liturgia della Veglia pasquale).

Padre Antonio Rungi

 

19/08/2009

La XVI Lezione di teologia morale on-line

Corso di Teologia morale on-line

 

a cura di padre Antonio Rungi- teologo morale

 

Il peccato secondo la morale cattolica

 

 

LEZIONE N. 16- Mercoledì 19 Agosto 2009

 

1.Introduzione.

 

Questa XVI lezione di teologia morale intendo dedicarla interamente al tema del peccato secondo la morale cattolica. Si tratta di uno dei temi più discussi e dibattuti nel corso dei secoli ed in determinati periodi della storia dell’etica cristiana si è certamente accentuato questo discorso rispetto agli altri, che pure sono fondamentali nella morale cristiana. Discorsi che abbiamo sviluppato nelle lezioni precedenti e che prospettano una morale in chiave positiva, nel senso che bisogna dare maggior peso a ciò che è grazia e bene per mediare un linguaggio etico che non è solo di proibizioni, ma di promozione della dignità della persona umana. Oggi la perdita del senso del peccato e la conseguente non necessità di accostarsi al sacramento della confessione ripropone in modo organico il tema del peccato e di conseguenza di come debellare le forze del male che si annidano nella mente e nel cuore delle persone che hanno scelto di fare un cammino di vita cristiana serio e responsabile. Con la presente lezione entriamo nel cuore stesso del tema del peccato o lo analizziamo da vari punti di vista, in primo luogo da un punto di vista dell’insegnamento biblico, teologico, morale e magisteriale.

“Forse oggi il più grande peccato del mondo è quello che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato! Dopo che, nel 1946, Pio XII disse queste parole, la storia degli ultimi 60 anni dell’umanità e della stessa cristianità si racconta come il senso del peccato sia praticamente scomparsa nella vita degli stessi cristiani. Scriveva P.Nizan “Ma quando ci libereremo dei cristiani, dei loro confessionali e dei loro peccati e dei loro esami di coscienza?”. Un augurio di questo anticattolico che si sta realizzando oggi nel nostro tempo in cui con il senso del peccato, perso ormai in modo evidente, si sono persi il senso della vita, della gioia, della felicità, della semplicità, dell’amore vero, dei sentimenti autentici, della famiglia e delle cose che contano davvero nell’esistenza umana. La crisi morale è generale ed investe ogni settore, in quanto secondo la filosofia dell’uomo di oggi, tutto è permesso ed è lecito. Il distacco completo dalla pratica della confessione ci dice esattamente di come stiamo oggi le cose su questo versante. Per aiutare noi e gli altri in un recupero del senso del peccato e quindi dell’etica cristiana ci accostiamo con semplicità a quanto la Chiesa insegna al riguardo. Alla base di questo comportamento nuovo e diverso modo di pensare ci sono varie cause: cambiamento del clima culturale, sociale, economico, ecclesiale, che chiama direttamente o indirettamente in causa i credenti, ai quali è rivolto in primo luogo questo discorso.

 

 

2. Il Catechismo della Chiesa cattolica

 

Il catechismo della Chiesa cattolica tratta questo argomento nella parte relativa alla vita in Cristo Nella prima dove si parla della vocazione dell’uomo ed in particolare della vita nello spirito, nel primo capitolo, dedicato alla dignità della persona umana, si parla del peccato. Attingiamo da questa fonte dottrinale certa tutto ciò che è necessario per la comprensione teologica del peccato.

2.1. La misericordia e il peccato

 

Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori. L'angelo lo annunzia a Giuseppe: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). La stessa cosa si può dire dell'Eucaristia, sacramento della redenzione: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,28).(CCC, 1846).

«Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi». L'accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe. «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa» (1Gv 1,8-9). (CCC, 1847).

Come afferma san Paolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il nostro cuore e accordarci «la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 5,21). Come un medico che esamina la piaga prima di medicarla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato:

«La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell'azione dello Spirito di verità nell'intimo dell'uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell'elargizione della grazia e dell'amore: "Ricevete lo Spirito Santo". Così in questo "convincere quanto al peccato" scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. Lo Spirito di verità è il Consolatore ».(CCC, 1848).

 

2.2. La definizione di peccato

 

Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all'amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna».(CCC, 1849).

Il peccato è un'offesa a Dio: «Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto» (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l'amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare « come Dio» (Gn 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male. Il peccato pertanto è «amore di sé fino al disprezzo di Dio ». Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all'obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza. (CCC, 1850).

È proprio nella passione, in cui la misericordia di Cristo lo vincerà, che il peccato manifesta in sommo grado la sua violenza e la sua molteplicità: incredulità, odio omicida, rifiuto e scherno da parte dei capi e del popolo, vigliaccheria di Pilato e crudeltà dei soldati, tradimento di Giuda tanto pesante per Gesù, rinnegamento di Pietro, abbandono dei discepoli. Tuttavia, proprio nell'ora delle tenebre e del principe di questo mondo, il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati. (CCC, 1851).

 

2.3. La diversità dei peccati

 

La varietà dei peccati è grande. La Scrittura ne dà parecchi elenchi. La lettera ai Gàlati contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito: «Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (Gal 5,19-21). (CCC, 1852).

I peccati possono essere distinti secondo il loro oggetto, come si fa per ogni atto umano, oppure secondo le virtù alle quali si oppongono, per eccesso o per difetto, oppure secondo i comandamenti cui si oppongono. Si possono anche suddividere a seconda che riguardino Dio, il prossimo o se stessi; si possono distinguere in peccati spirituali e carnali, o ancora in peccati di pensiero, di parola, di azione e di omissione. La radice del peccato è nel cuore dell'uomo, nella sua libera volontà, secondo quel che insegna il Signore: «Dal cuore [...] provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l'uomo» (Mt 15,19-20). Il cuore è anche la sede della carità, principio delle opere buone e pure, che il peccato ferisce. (CCC, 1853).

 

2.4. La gravità del peccato: peccato mortale e veniale

 

È opportuno valutare i peccati in base alla loro gravità. La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, già adombrata nella Scrittura, si è imposta nella Tradizione della Chiesa. L'esperienza degli uomini la convalida. (CCC, 1854).

Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell'uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l'uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore. Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca. (CCC, 1855).

Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione: «Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé contraria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere mortale [...] tanto se è contro l'amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l'amore del prossimo, come l'omicidio, l'adulterio, ecc. [...] Invece, quando la volontà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordine, ma tuttavia non va contro l'amore di Dio e del prossimo — è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. —, tali peccati sono veniali». (CCC, 1856).

Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: «È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso».(CCC, 1857).

La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre» (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo. (CCC, 1858).

Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell'atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L'ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono. (CCC, 1859).

L'ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l'imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave. (CCC, 1860).

Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l'esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell'inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio. (CCC, 1861).

Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso. (CCC, 1862).

Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell'anima nell'esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l'alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. «Non priva della grazia santificante, dell'amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna». «L'uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia non devi dar poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce riempiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza resta allora? Si faccia anzitutto la Confessione... ». (CCC, 1863).

«Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata » (Mt 12,31). La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. (CCC, 1864).

 

2.5. La proliferazione del peccato

Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice. (CCC, 1865).

I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l'esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano  e san Gregorio Magno. Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia. (CCC, 1866).

La tradizione catechistica ricorda pure che esistono «peccati che gridano verso il cielo». Gridano verso il cielo: il sangue di Abele; il peccato dei Sodomiti; il lamento del popolo oppresso in Egitto; il lamento del forestiero, della vedova e dell'orfano;  l'ingiustizia verso il salariato. (CCC, 1867).

Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo: prendendovi parte direttamente e volontariamente; comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo; proteggendo coloro che commettono il male. (CCC, 1868).

Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l'ingiustizia. I peccati sono all'origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla bontà divina. Le «strutture di peccato» sono espressione ed effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un «peccato sociale». (CCC, 1869).

 

3. Approfondimento teologico

Il peccato va considerato come una rottura volontaria, da parte di un individuo o di un popolo dell’alleanza offerta dal Signore. Oltre alla trasgressione di una regola, esso rappresenta un rifiuto di collaborazione e di amore, che riguarda la persona stessa di Dio. E’ fondamentalmente un’avversione a Dio e una conversione alle creature, cioè a tutto ciò che non è l’Essere assoluto. I profeti hanno coniato una bellissima espressione per indicare il peccato: questo è un adulterio (Ger. 3,1-5, 19.25; Es.23; Os 2,1). Il concetto è molto chiaro: Dio è tradito dall’uomo. Lo sposo è tradito dalla sua sposa, che è la persona singola o la comunità, la Chiesa. Anche se il peccato non sembra toccare Dio nella sua gloria (Gb. 35,6), esso attiva un meccanismo di odio verso Dio, il quale vuole, come ben sappiamo, che tutti gli uomini si salvino, nel mistero del Cristo Redentore. Il questo modo il peccato entra nel mistero di Dio e potrebbe essere la risposta negativa, il rifiuto della chiamata di Dio a partecipare alla sua beatitudine. Ci troviamo di fronte ad un mistero, che  può essere interpretato alla luce della Parola di Dio e del Magistero della Chiesa.

E’ un fatto misterioso l’ingresso del peccato nella storia degli uomini (peccato originale, di cui ci narra la Genesi) sotto istigazione di colui che l’evangelista definisce con il titolo ridondante di “principe di questo mondo” (Gv 12,31; 14,30; 16,8-11). Si svolge all’interno del dramma globale di una lotta che va ben oltre le sole e deboli forze umane (Gv 1,5). E’ ancora un mistero come il peccato  riesca a propagare tra gli uomini una sorta di solidarietà al rovescio, appunto da poter dire che “in Adamo tutti hanno peccato” (Rm. 5,12-15) e che “non vi è un solo uomo giusto” (Rm. 3,10). E’ infine un mistero come il peccato dell’uomo conduca Gesù al sacrificio della Croce (Mc. 10,45; Mt. 28,28). Davanti alla Croce il peccato svela la sua vera natura: non è soltanto disobbedienza a un comandamento divino e neppure soltanto adulterio, ma condanna a morte dell’Amore. Il peccato uccide l’amore a Dio e ai fratelli. Tale è la sua misteriosa e terribile efficacia. Con un solo atto, quello del dono della propria vita, Cristo ottiene il perdono del nostri peccati e ci fa conoscere il vero volto del peccato. E’ uccidere l’innocente, il puro, il santo, la verità, è azzerare l’amore dentro e fuori di se stessi. Così la concezione cristiana del peccato non si basa su una tiepida contemplazione della colpa (in se stesso il peccato è oscuro), ma sulla contemplazione dell’opera di misericordia di Colui che frequenta i pubblicani e i peccatori (Lc 7,34) e che può guarire i cuori oltre che i corpi.

Se il peccato resta di per sé misterioso, le sue conseguenze sono evidenti. Introduce la divisione e la separazione, porta con sé una serie di perversioni quella relativa all’immagine di Dio che diviene una specie di potentato impotente e geloso del suo potere (Gn. 11,5-9), quando addirittura non viene confusa con ogni specie di idoli (Rm 1,3); quella dell’immagine del fratello, che diviene un rivale di cui ci si auspica la morte (Gn 4,1-16); quella delle relazioni trai i sessi, poiché la violenza e la seduzione sì sostituiscono alla complementarietà (l’uno per l’altro) originaria (Gn. 3,16); quella della coscienza individuale, che diviene frattura dell’uomo nella sua parte più intima (Rm 7,14-19; Gal 5,17); quella, infine, delle relazioni tra l’uomo e il creato, cosicché la carestia si manifesta proprio là dove avrebbe dovuto esserci abbondanza (Lc 15,14).

Il peccato si manifesta in abitudini, in strutture sociali, in comportamenti collettivi, entra nella mentalità comune.

La teologia contemporanea reagendo contro una concezione troppo individualista, sottolinea la dimensione collettiva o sociale del peccato. E’ vero che ogni persona che viene al mondo è inizialmente vittima di questo “peccato del mondo” (Gv 3,19; 15, 18); più tardi diventerà lui stesso un peccatore responsabile. Ma non ci sembra lecito parlare di peccato sociale o di peccato strutturale, quasi a rimarcare il fatto che essendo un peccato di tutti, non è peccato di nessuno. E’ questo un modo di coltivare una forma di colpa collettiva che è veramente un regresso a livello morale. Io non posso ritenermi responsabile dei comportamenti altrui, ma certamente dei miei, sia nelle azioni che nelle omissioni, visto che il pensiero appartiene solo all’individuo. I figli non devono scontare le colpe dei loro padri (Dt 26, 16 e Ger 9,3). Ogni altra visione del peccato rischia di sfociare in una concezione fatalista della colpa, cioè doveva succedere per forza. Cristo ci propone una via di autentica liberazione dal peccato.

Nei libri profetici, come nell’Epistolario Paolino si trovano spesso elenchi di peccati. Ogni volta si arriva alla conclusione: questi peccati escludono dalla promessa del Regno di Dio (1Cor 6,9; Gal 5, 21). Perciò il credente deve combattere senza sosta il peccato in tutte le sue forme e manifestazioni. La Sacra Scrittura stessa ricorda quali armi bisogna usare in questa lotta: la preghiera, l’elemosina, la carità, la sequela di Cristo; sono queste le armi della conversione che comincia dal riconoscere il proprio peccato. Tutte le strade verso Dio, tre volte santo, ovvero santissimo, passano per l’umile accettazione della condizione peccatrice dell’uomo (il Kyrie nella Messa, il Signore pietà).

La Chiesa, lungo i secoli, ha sviluppato una costante riflessione per aiutare il fedele a capire la natura dei suoi peccati e a misurare così il suo bisogno di grazia.

Il Concilio di Trento fa obbligo al penitente di confessare le sue colpe (in pensieri, opere ed omissioni) precisando il loro numero e il loro genere. L’obbligo vale tuttora (CJC, 988). Si possono classificare i peccati a seconda che essi riguardino principalmente la volontà, la ragione e la sensibilità. Possono anche essere classificati secondo la causa. Si distingue allora il peccato di ignoranza, debolezza e di malizia. Come ogni azione umana, il peccato comporta un’intenzione, un oggetto (una materia), delle circostanze. Ognuno di questi elementi deve essere considerato in se stesso per valutare la gravità del peccato. Le distinzioni secondo la gravità risalgono alla stessa Sacra Scrittura (Lc. 6,41); esse hanno permesso alla teologia successiva di distinguere i peccati mortali dai veniali. Infine, come tutti gli atti umani cattivi, il peccato obbliga il suo autore alla riparazione, diretta o indiretta, e all’accettazione della pena conseguente.

Queste distinzioni appartengono ad un cammino di conversione. Rappresentano una condizione di verità. Il peccatore impara così a conoscersi meglio: ingannarsi sul proprio peccato significa anche ingannarsi su se stessi e su Dio. Rappresentano inoltre una condizione di progresso: il peccatore può misurare fino a che punto ha bisogno di Dio, del suo perdono, della forza della sapienza del suo Spirito. La confessione si trasforma così in una prova d’amore verso Dio e verso il prossimo; il peccatore si impegna a trasformare la sua vita per meglio rispondere alla sua vocazione alla santità.

I santi sono, infatti, innanzitutto coloro che si riconoscono peccatori. Il sentimento dell’amore di Dio precede sempre quello della colpa. La miseria umana quando la si accetta mette l’uomo davanti alla responsabilità dei propri atti e dei propri peccati. Al tempo di Gesù i farisei evitavano di prendere coscienza della loro colpa che stava dentro il loro cuore, pur essendo esatti osservatori esteriori della legge di Dio. Gesù condanna questa morale di apparenza e chiede una morale che parta dal cuore e rinnovi continuamente il cuore. Anche oggi registriamo un nuovo fariseismo, che preferisce non dover parlare di peccato né di perdono per non mettere l’uomo davanti alla sua miseria.

 

3.1. Peccato capitale (o vizio capitale)

Nella psicologia del peccatore si crea una sorta di cristallizzazione attorno a certi punti deboli. In lui certi peccati o, più esattamente, certi vizi acquistano un predominio sempre crescente nell’ambito della vita interiore, tanto da spingere il soggetto a commettere altri peccati quasi fossero i mezzi migliori per realizzarsi e sentirsi soddisfatto. Si possono perciò distinguere diversi tipi di peccati, diversi gradi di predisposizione al male, diverse debolezze, innate o acquisite: ci sono gli orgogliosi, gli avari, gli arroganti, che diventano furiosi a ogni minima opposizione; i pigri che rifiutano anche il minimo impegno, i sensuali inclini alla golosità o alla lussuria, gli invidiosi sempre pronti a godere dei mali degli altri e rattristarsi dei loro successi.

Questo elenco non può essere ovviamente completo. Il numero dei sette peccati o vizi capitali è una classificazione tradizionale e sono detti tali in quanto sono alla base (caput=capo) di altri comportamenti immorali, non perché siano peccati maggiori rispetto agli altri. Ognuno di essi dà origine a tutta una serie di altri vizi. Nell’esame di coscienza, così come nella guida spirituale, bisogna individuare il peccato di partenza e concentrarsi soprattutto su quello per iniziare un vero cammino di conversione.

 

3.2. Peccato mortale

Non tutti i peccati hanno la stessa gravità. Già nella Sacra Scrittura si trovano al riguardo delle distinzioni (Mt 7,3-4; Gv 5,16-17). In questo campo la Chiesa, lungo i secoli ha dovuto lottare sia contro tendenze rigoriste sia contro tendenze lassiste. Se nel passato prevalevano le prime; oggi prevalgono le seconde: il lassismo morale è un dato di fatto.

La distinzione tra peccato mortale e veniale si è precisata solo gradualmente con il contributo della teologia e del magistero. Tuttavia non mancano ancora oggi delle esitazioni in merito. Scriveva San Tommaso d’Aquino a questo proposito: “Quando con il peccato l’anima provoca un disordine che causa la separazione dal suo fine ultimo che è Dio, a cui è legata per mezzo della carità, allora vi è un peccato mortale”.

L’oggetto voluto nell’azione cattiva è direttamente incompatibile con l’adesione al vero fine dell’uomo. Così non è possibile tendere a quell’oggetto senza distogliere il volere dal vero bene, cioè da Dio. Il danno provocato da un tale atto è di per sé irreparabile. Con il peccato l’uomo varca il solco e si pone tra i nemici di Dio. Si ribella alla legge eterna ed annienta in sé la carità: ecco perché un atto di questo genere si chiama peccato mortale. Tale peccato dà necessariamente origine a una pena che non cesserà mai. Pare che non sia possibile nessuna guarigione, si può solo sperare in una risurrezione. In peccato mortale non può essere perdonato se non con l’assoluzione sacramentale dopo la confessione individuale. Chiaramente siamo sul piano della religione, della fede cattolica, dell’insegnamento della morale cristiana. E quindi il discorso è rivolto ai credenti, a quanti si dico e professano cattolici, perché su questo tema è diversa la posizione delle altre confessioni cristiane (protestanti ed ortodossi) e di altre religioni.

Perché una mancanza possa essere classificata come peccato mortale sono richieste tre condizioni: l’oggetto dell’atto deve riguardare una materia grave, l’azione deve essere commessa con cognizione di causa, l’atto deve essere deliberatamente voluto.

L’espressione peccato mortale sembra creare oggi delle difficoltà. Alcuni mettono in discussione l’importanza che la teologia tradizionale ha attribuito al valore di un solo atto umano (soprattutto i sostenitori dell’opzione fondamentale). Oppure si fa fatica a capire come Dio che è Padre della misericordia possa lasciare che uno dei suoi figli si perda definitivamente. Così si preferisce parlare di colpa grave, anziché di peccato mortale.

 

3.3. Peccato veniale

L’espressione peccato veniale crea oggi qualche problema di interpretazione. Da un lato l’aggettivo veniale non trova più spazio nel linguaggio moderno, dall’altro la parola peccato dice stretto rapporto con il peccato mortale o grave.

Tradotti in termini morali e finalizzato al discorso della confessione sacramentale, il peccato è detto veniale quando il suo oggetto non riguarda una materia grave. Per esempio, se la diffamazione è di per se un peccato mortale, perché lede direttamente uno dei beni essenziali della persona umana, cioè il suo onore, riferire qualche particolare, insignificante, di scarsa importanza non può essere considerato diffamatorio, o un fatto che intacca la reputazione della persona.

Dal punto di vista soggettivo, il peccato è detto veniale se la consapevolezza o la volontà dell’autore non sono totali. Ad esempio uccidere è di per sé una colpa assai grave, ma se l’uccisore non sapeva che il suo gesto poteva provocare la morte di qualcuno l’azione rientra fra i peccati veniali. Se ne deduce che il peccato veniale non può essere considerato come un peccato mortale imperfetto; esprime - come dice Sant’Agostino – un’esagerata “conversione alle creature”.

Sarebbe tuttavia errato giudicarlo senza importanza. Infatti, esso indebolisce la forza morale della persona, ostacola il suo progresso spirituale e apre la via a disordini più gravi. Per questo deve essere combattuto con atti di carità e di penitenza. Di questo parliamo in modo più dettagliato nelle pagine che seguono, facendo ricorso anche al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, ad altri documenti magisteriali sull’argomento e al Codice di Diritto Canonico.

 

4. La distinzione bipartita tradizionale del peccato: mortale e veniale

È dottrina cattolica che non ci sia sacramento della penitenza senza peccato e in particolare senza il peccato mortale. Il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica si pone delle questioni al riguardo e vi risponde al fine di indicare la giusta interpretazione del concetto di peccato. Vi consiglio di leggere attentamente i nn.391-400 del Compendio (pagg.109-110).

 

4.1.Quando si commette il peccato mortale?. Si commette il peccato mortale quando ci sono nel contempo materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso. Questo peccato distrugge in noi la carità, ci priva della grazia santificante, ci conduce alla morte eterna dell’inferno se non ci si pente. Viene perdonato in via ordinaria mediante i sacramenti del battesimo e della penitenza o riconciliazione».

 

4.2. Quando si commette il peccato veniale?. Il peccato veniale, che si differenzia essenzialmente dal peccato mortale, si commette quando si ha materia leggera, oppure anche grave, ma senza piena consapevolezza o totale consenso. Esso non rompe l’alleanza con Dio, ma indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per i beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene purificatrici tempora».

 

5.1. Le proposte di una tripartizione (mortale, grave, veniale). La posizione dell’Esortazione “Reconciliatio et Paenitentia”.

 

Tuttavia, a partire dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, la tradizionale distinzione bipartita è stata sottoposta a critica ed è stata proposta un’articolazione tripartita (peccato mortale, peccato grave, peccato veniale) da vari autori, specialmente olandesi e tedeschi, seppure in modi non coincidenti e talvolta molto diversi, spesso in connessione con la dottrina dell’opzione fondamentale negativa come vera sorgente della mortalità morale.

Quel che in ogni caso accomunava le varie proposte tripartite era l’introduzione di una differenza tra il peccato grave e il peccato mortale contro l’identificazione tra le due. In realtà, l’identificazione è ben fondata nella tradizione. L’Esortazione Reconciliatio et paenitentia al n. 17 lo dice esplicitamente: «Se si guarda alla materia del peccato, allora le idee di morte, di rottura radicale con Dio, sommo bene, di deviazione dalla strada che porta a Dio o di interruzione del cammino verso di lui (tutti modi di definire il peccato mortale) si congiungono con l’idea di gravità del contenuto oggettivo: perciò, il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale».

Non è un caso che RP 17 richiami questo punto. Vi è infatti in queste parole una precisa presa di posizione in generale proprio nei confronti delle proposte di tripartizione. I padri sinodali hanno inteso riaffermare la dottrina tridentina «sull’esistenza e la natura dei peccati mortali e veniali», ricordando «che è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso» e che «alcuni peccati – poi – quanto alla loro materia, sono intrinsecamente gravi e mortali […] Questi atti, se compiuti con sufficiente consapevolezza e libertà, sono sempre colpa grave». La tripartizione, si dice, rischia di ferire l’essenziale differenza che si dà tra peccato veniale e peccato mortale.

«Durante l’assemblea sinodale è stata proposta da alcuni Padri, una distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come veniali, gravi e morali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il fatto che fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo» (RP 17).

 

5.2. Il presupposto di Reconciliatio et Paenitentia.

È evidente che RP ritiene superflua la tripartizione giacché la gravità morale vera è quella mortale e presupposta la piena – o, in ogni caso, sufficiente – consapevolezza e libertà il peccato grave non può non essere mortale e viceversa. Naturalmente RP non si ferma su cosa significhi «consapevolezza e libertà». Rinvia al sapere teologico-morale ordinario, che su questo punto non manca di complessità. Lo si vede bene nel commento che, proprio in riferimento a RP 17, i vescovi tedeschi offrono a queste parole. Sulla libertà si dice: «La libertà si realizza sempre in un processo temporale. L’uomo non cade in modo del tutto immediato nel peccato grave, ma solo dopo che in lui è maturata una disposizione morale malvagia. Dove qualcuno commette il male, senza che ciò sia stato preceduto da un’evoluzione interiore manchevole e fallace, si può supporre che per quel peccato siano stati decisivi dei moventi esterni, come, per esempio, la seduzione, una situazione esterna quasi insopportabile o una disposizione naturale difficilmente dominabile.

Un modo per vedere se una persona ha agito davvero liberamente consiste nello stabilire fino a che punto essa, una volta compiuto tale atto malvagio, si identifichi con ciò che ha fatto. Se, dopo tale atto, si distanzia subito da esso e se ne pente sinceramente, si tratta di un segno che chi ha agito non ha implicato la totalità della sua persona in quell’atto, o che la sua libertà era in qualche modo limitata. Se, al contrario, chi ha agito riafferma la validità di ciò che ha fatto e si dichiara disposto a comportarsi ancora così, allora si è di fronte a un pieno coinvolgimento della libertà».

Riguardo alla consapevolezza, invece, così si dice:

«Quando si parla di piena consapevolezza, il problema è, invece, quello della conoscenza della gravità di una certa materia o di un comandamento. Esistono diversi gradi di consapevolezza. Ciò dipende da parecchi fattori: dall’educazione, dal modo in cui la società vede i valori, dalla capacità di saper distinguere una materia importante da una meno importante, e dalla disponibilità a cercare di formarsi una chiara consapevolezza della materia di determinati atti. Chi ha la piena avvertenza della gravità di un atto o di un comandamento e, ciò nonostante, compie tale atto, si rende colpevole in modo più grave. Egli, infatti, agisce consapevolmente contro ciò di cui ha piena avvertenza e contro la voce della sua coscienza. Se, al contrario, manca la piena consapevolezza, nell’atto malvagio si ha una grave mancanza dal punto di vista oggettivo, ma dal punto di vista soggettivo non si ha una grave colpa».

Come si vede, il carattere libero dell’atto è proporzionale a quella che si può chiamare l’identificazione del soggetto con l’atto che compie. Quanto più l’atto esprime la disposizione profonda della volontà, tanto più l’atto è del soggetto e lo manifesta.

La consapevolezza è legata alla conoscenza: conoscere la gravità dell’atto è condizione perché si dia un atto moralmente grave o mortale, altrimenti si dà un atto oggettivamente grave ma soggettivamente non grave e dunque neanche mortale.

Con RP 17, poi, i vescovi ritengono che alcuni atti siano intrinsecamente gravi e mortali per la loro materia e che non si possa dare dubbio sulla loro mortalità in alcuni casi nei quali essi appaiono con umana evidenza gravi (apostasia, omicidio, adulterio). Negli altri casi, possono sussistere dei dubbi sul grado di consapevolezza e libertà; l’esteriorità non basta e «ci si deve chiedere fino a che punto quell’atto sia accompagnato da piena avvertenza e deliberato consenso», mancando le quali si dà il peccato non mortale ma veniale.

Dunque il peccato grave e il peccato mortale sono ordinariamente coincidenti. La non coincidenza è l’eccezione, quando si dà un’imperfezione dell’atto. È la stessa dottrina che ritroveremo in Veritatis splendor ove RP 17 è nettamente ripresa così come il suo rifiuto di identificare il peccato morale con l’opzione fondamentale negativa.

 

5.3. La questione posta dal linguaggio canonico

Considerata la continuità e la forza con le quali il magistero ha ribadito l’identità dottrinale e pratica di peccato grave e peccato mortale, non meraviglia che il Codice di diritto canonico (CJC) promulgato nel 1983 e successivamente anche il Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO) promulgato nel 1990 abbiano generalizzato l’uso del termine «peccato grave» là dove il Codice del 1917 usava la terminologia del «peccato mortale». Tuttavia, specialmente nel CJC, questa scelta porta ad alcune conseguenze impreviste, come vedremo.

L’equivalenza dei due termini non pone alcuna questione nei canoni nei quali si tratta del peccato in senso morale e sacramentale; ciò che in Trento e nel Codice del 1917 si diceva con «mortale» ora si dice con «grave» senza nessun cambiamento. Lo si vede bene nei can. 916 (celebrazione/comunione eucaristia e peccato grave), can. 960 (forma della confessione), can 963 (nel caso di assoluzione generale), can. 988 (obbligo della confessione dei peccati gravi in numero e specie), e can. 989 (obbligo della confessione annuale dei peccati gravi).

Comincia a porre problemi là dove il peccato grave (= mortale) è posto come tale sulla base di una valutazione principalmente esteriore e giuridica. Due sono i punti nei quali emergono problemi.

Il can. 1007 suona così: «Non si conferisca l’unzione degli infermi a coloro che perseverano ostinatamente in un peccato grave manifesto». Gli estensori del nuovo Codice hanno così evitato la pesante dizione del can. 942 del vecchio Codice.

Tuttavia, chi può essere considerato peccatore grave manifesto? Bisogna dire che il Codice non indica con chiarezza chi possa essere considerato peccatore grave manifesto. Offre invece qualche elemento per individuare quelli che chiama peccatores manifesti nel can. 1184 § 1 ove si indicano le persone che vanno private delle esequie ecclesiastiche, se non hanno dato segni di pentimento prima della morte. Esse sono: gli apostati, eretici e scismatici notori; chi si è fatto cremare per motivi contrari alla fede; «gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli».

Dal momento che l’esclusione dalle esequie ecclesiastiche non significa affermazione della dannazione del defunto o anticipazione del giudizio di Dio, ma solo una misura disciplinare per salvaguardare il senso e la consistenza della comunione ecclesiale, appare chiaro che il peccato (o peccatore) del quale qui si parla è una categoria essenzialmente giuridica, che non può essere identificata semplicemente con il peccato mortale. Si osservi, per inciso, che non esistono eretici o scismatici più notori e consapevoli di quelli che noi chiamiamo fratelli riformati od ortodossi; eppure non sono considerati peccatori manifesti né in stato di peccato mortale.

La connotazione essenzialmente giuridica del peccato grave emerge anche in altro punto assai discusso. Così leggiamo nel can. 915: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena, e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto».

Riguardo agli scomunicati e agli interdetti non c’è stata discussione. La discussione è subito sorta intorno a questo ostinato perseverare in un peccato grave manifesto, in particolare se tale dizione facesse riferimento al caso dei divorziati risposati o a casi analoghi.

A dire il vero, sembrava inizialmente pacifico che così fosse. La Familiaris Consortio, infatti, aveva già esplicitamente affermato – oltre ad affermazioni simili per i battezzati sposati solo civilmente – riguardo ai divorziati risposati: «La Chiesa […] ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati […] dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’eucaristia» (FC 84).

Tuttavia, alcuni, basandosi sull’identificazione tra peccato grave e peccato mortale, facevano notare che i divorziati risposati – oltre a non essere né scomunicati né interdetti – neppure si possono sempre considerare in peccato grave manifesto perché non è possibile stabilire ab externo l’esistenza delle condizioni soggettive del peccato grave; inoltre, l’ostinazione dovrebbe risultare da un atteggiamento di sfida e di rifiuto dei richiami fatti dall’autorità ecclesiastica competente.

Il dibattito è stato di fatto chiuso da una Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi. La Dichiarazione afferma che sulla base di 1Cor 11,27-29 non si può partecipare dell’eucaristia in modo indegno.

Ora, come mostra il confronto con il successivo can. 712 del CCOE («Devono essere allontanati dal ricevere la divina eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni») il senso del «peccato grave manifesto» è quello appunto del modo indegno. Ora, questa valutazione ha prima un significato morale e riguarda la coscienza; tuttavia, nei casi di indegnità pubblica può porsi anche un problema giuridico, giacché c’è «un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze della comunione ecclesiale» e suscita scandalo.

I divorziati risposati sono in una condizione di «peccato grave abituale» ovvero «in una situazione oggettiva di peccato» che permane e alla quale i fedeli non pongono fine. Dunque, non c’è bisogno di altro per indicare l’ostinazione. Di conseguenza, se non è stato possibile evitare prima questa eventualità, qualora tali coniugi si presentino per la comunione «il ministro della distribuzione della comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno». Gli estensori della Dichiarazione sanno che normalmente «la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra comunione». Tuttavia, in tal caso è necessario essere fermi, data appunto la pubblicità del caso.

Nel caso che si tratti di una coppia di divorziati risposati che abbia accettato di non vivere più more uxorio potranno certamente accedere alla comunione però solo remoto scandalo. L’intervento del Pontificio Consiglio per i testi legislativi sembra chiarificante. In un certo senso lo è, ma anche la sua chiarificazione non è priva di conseguenze problematiche.

Di fatto esso dimostra chiaramente che «peccato grave» ha nel Codice due significati diversi: da una parte, ha un significato morale e coincide con il peccato mortale; dall’altra, ha un significato materiale o oggettivo e indica semplicemente un’irregolarità o un’anomalia di comportamento esteriore che non appare conforme alle regole cristiane di vita in qualcosa che la coscienza ecclesiale (magisteriale) considera grave. La configurazione di indegnità nasce da tale non-conformità esteriore e visibile socialmente.

Operando questa distinzione, viene conseguentemente a dire che l’oggettiva o esteriore manifesta situazione irregolare esclude dalla comunione indipendentemente dalla sua mortalità o gravità morale, che potrebbe non esserci, dunque non su base morale ma sulla base della stessa determinazione canonica. L’esclusione ha così un fondamento principalmente giuridico e disciplinare. È una forma canonica di scomunica, come appare più chiaramente nel can. 712 del CCEO, che la Commissione usa come criterio interpretativo della seconda parte del can. 915 del CJC.

Ne derivano alcune conseguenze. I divorziati risposati – e le persone in situazioni analoghe – sono respinti dalla comunione non perché in sicuro peccato mortale ma perché «pubblicamente indegni». Se davvero questo è quello che si vuole dire, allora lo si dica chiaramente e non si continui a dire che i divorziati non sono formalmente scomunicati; di fatto lo sono, perché l’esclusione dalla comunione ha sempre un sicuro fondamento giuridico e solo occasionalmente può avere anche un fondamento morale (peccato mortale). Allora la pastorale, basata sull’ipotesi della non-scomunica, diventa una pastorale «strana», intimamente disarmonica.

Una seconda conseguenza è che i divorziati risposati potrebbero in particolare circostanze soggettive ricevere l’assoluzione morale senza per questo avere il diritto – giuridico – di accedere all’eucaristia. Il peccato in senso vero non ci sarebbe più, rimarrebbe tuttavia il reato e la sanzione di esso, da accettare per disciplina ecclesiale.

L’uso magisteriale del linguaggio peccato grave / peccato mortale, come abbiamo visto, non manca di disarmonie, giacché si va dall’identificazione semplice dei due termini alla loro profonda dissociazione, con inevitabile confusione nella percezione dei fedeli e anche nell’articolazione dottrinale stessa di una coerente dottrina del peccato.

Sarebbe, come minimo, opportuno che il termine peccato venisse riservato all’ambito morale e non venisse più usato per indicare un’irregolarità giuridica, per quanto quest’ultima possa avere anche una sua giustificazione morale. Il peccato mortale, infatti, sfugge alle categorie giuridiche e non può essere ridotto a esse in alcun modo; esso può essere adeguatamente giudicato forse dal soggetto agente, certamente da Dio, ma da nessun altro per quanto autorevole possa essere.

 

6. Conclusione

Per chiudere questa lezione sul peccato ho scelto di fare riferimento ad un grande, al quale tutti noi siamo legati per una molteplicità di motivi, ma, a mio modesto avviso, soprattutto perché nei suoi scritti ha rivelato e manifestato tutto il dramma di una persona umana, nello stato di peccato fino a poi raggiungere la vera felicità quella di vivere nella grazia. Da peccatore a grande santo, il cammino di Agostino di Ippona non fu semplice e facile. Concorsero alla sua conversione tanti fattori tra cui è bene ricordare la preghiera insistente della sua dolcissima madre, Santa Monica. Ecco studiando il tema del male, del peccato in un santo che ha vissuto sulla sua pelle il cammino della conversione, che possiamo meglio capire nella lettura delle sue Confessioni, ci può aiutare non solo nella comprensione di questo tema centrale della morale cattolica, ma come evitare il peccato nella nostra vita, considerato che è il male morale.

La possibilità di cercare Dio e di amarlo è radicata nella stessa natura umana. Noi siamo stati creati "ad immagine e somiglianza" di Dio e dunque tendiamo naturalmente verso di Lui. Però l’uomo può anche allontanarsi consapevolmente da Dio peccando. ("Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori … Eri con me ed io non ero con te … Mi hai chiamato, ed il tuo grido ha sfondato la mia sordità; hai sfolgorato, ed il tuo splendore ha dissipato la mia cecità; hai diffuso la tua fragranza ed ora io anelo verso di te; mi hai toccato, ed ora ardo di desiderio della tua pace" (Confessioni,X, 27).

Ogni uomo deve scegliere: o vivere secondo la carne (cioè lontano da Dio) nella menzogna e nel peccato, o vivere secondo lo spirito (cioè secondo Dio) nella felicità e nella verità. La superbia della volontà che si allontana da Dio e si attacca a ciò che è inferiore è il peccato. Il peccato è quindi la rinuncia a ciò che è somma felicità e verità per preferire la creatura o le cose create, che possono rendere schiavo l’uomo. Non vi è male maggiore del peccato, anzi esso è l’unico e vero male. Infatti tutto ciò che è, per il fatto stesso di esistere, è bene. Nessuna cosa creata è male; diventa male se ci si attacca ad essa come se fosse Dio e si rinuncia, per essa, a Dio. Se l’essere è bene, il male sarà allora non-essere, e infatti per Agostino il male è mancanza, privazione di essere e di bene. Nel mondo non vi è il male assoluto ma solo gradi inferiori di essere rispetto a Dio, i quali dipendono dalla finitudine delle cose create. In altre parole, Dio è il bene sommo e il sommo essere; man mano che si procede nella scala degli esseri – angeli, animali, vegetali ecc. - la creatura, per il fatto stesso di essere creata e dunque di non essere Dio, ha in sé meno realtà, meno essere del Creatore, e perciò è soggetta, prima o poi, a commettere il male, a peccare. In sintesi, il male assoluto non può esistere; vi sono solamente dei mali che, se vengono considerati globalmente, fanno comunque parte dell’ordine cosmico e dunque sono in fondo dei beni; oppure il male è il peccato ed allora dipende dalla cattiva volontà della creatura libera (angelo o uomo): in quanto poi al male fisico, è semplicemente una conseguenza del peccato ovvero del male morale. 

La volontà è però libera nel vero senso della parola quando non è schiava del vizio e del peccato. Ed è questa libertà che può essere restituita all’uomo solo dalla Grazia divina. Il primo libero arbitrio, dato ad Adamo, consisteva nel poter non peccare. Perduta tale libertà a causa del peccato originale, la libertà finale che ci verrà data da Dio consisterà nel non poter peccare. E tale non poter peccare è un puro dono divino. Vi è dunque relazione necessaria tra libertà umana e Grazia. E’ solo la Grazia che rende l’uomo autenticamente libero. Ciò che nell’uomo è sforzo di liberazione, volontà tesa a cercare e ad amare Dio, è null’altro che l’azione della Grazia divina in noi. Senza Dio l’uomo non può che allontanarsi, prima o poi, dalla verità e dall’amore, ed è destinato a peccare.

Cristo tuttavia con la sua morte e risurrezione ci ha liberato dal peccato e ci ha ridonato la piena dignità di figli di Dio. Qualora l’uomo dovesse peccare, come spesso capita, Gesù stesso hai istituto il sacramento del battesimo per togliere il peccato originale contratto dai noi essere umani per fatto che siamo uomini, e il sacramento della confessione e penitenza per rimettere a noi i peccati commessi dopo il battesimo. Ma sappiamo cosa è richiesto perché il perdono dei nostri peccati, avuto con l’assoluzione sacramentale, diventi poi impegno di vita a non peccare più. Una rilettura attenta dei vari passi del Vangelo che si definiscono della misericordia di Cristo nei confronti dell’uomo peccatore, c’è un appello ed una richiesta fondamentale: va e d’ora in poi non peccare più. Quante volte ci siamo ripromessi di non fare più determinate azioni immorali e poi puntualmente siamo ricaduti negli stessi errori e peccati. A Pietro che chiede quante volte deve perdonare se il fratello pecca contro di lui, Gesù replica con un perdono che non ha quantificazione, ma deve essere illimitato, perché infinita è la misericordia di Dio. La preghiera di Padre Nostro ci dice esattamente quanto è grande ed infinita della misericordia di Dio e quanto Cristo comprende la nostra debolezza, fino a dire dalla Croce: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Se il peccato è grande, terribilmente omicida dell’amore, Dio Amore è più grande dei nostri più mostruosi peccati, a patto che la nostra conversione sia sincera e sia definitiva. In altri termini recuperiamo davvero in amore verso Dio e verso i fratelli.

15/07/2009

La 15 Lezione

Corso di Teologia morale on-line

 

a cura di padre Antonio Rungi- teologo morale

 

La presentazione dell’Enciclica di etica sociale

“Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI

 

 

LEZIONE N. 15- Lunedì 13 luglio 2009

 

1.Introduzione.

 

Questa XV lezione di teologia morale, prima della pausa estiva la dedico interamente all’ultima enciclica di Papa Benedetto XVI, la terza del suo ministero petrino, dal titolo “Caritas in veritate”. Lo schema della CIVè molto chiaro e preciso per i concetti espressi fin dalla titolazione dei sei capitoli, che, come è facile rilevare, spaziano dalla storia della teologia morale sociale, con il preciso riferimento all’Enciclica di Papa Paolo VI, la Populorum progessio fino ai temi classici della teologia morale sociale contemporanea, rilanciata in modo consistente proprio dal Concilio Vaticano II con la Costituzione pastorale “Gaudium et spes”.  Lo schema di sintesi ci aiuta a focalizzare la nostra attenzione sui temi portanti dell’Enciclica, che vi suggerisco di leggere per intero, sia per la ricchezza dei contenuti dottrinali e sia per l’attualità delle problematiche affrontate. Direi che è la fotografia del nostro tempo, della nostra cultura e del mondo odierno ad alta definizione, in quanto Papa Benedetto dall’alto del suo sapere filosofico e teologico affronta temi sociali di grande impatto sull’opinione pubblica mondiale. D’altra parte ogni enciclica è rivolta prima di tutto ai cattolici e poi a tutti gli uomini di nuona volontà.

 

Ecco lo schema di sintesi.

 

Introduzione (nn. 1-9)

CAPITOLO PRIMO: IL MESSAGGIO DELLA POPULORUM PROGRESSIO (nn.10-20.

CAPITOLO SECONDO: LO SVILUPPO UMANO NEL NOSTRO TEMPO (nn.21-33).

CAPITOLO TERZO: FRATERNITÀ, SVILUPPO ECONOMICO E SOCIETÀ CIVILE (nn. 34-42).

CAPITOLO QUARTO: SVILUPPO DEI POPOLI, DIRITTI E DOVERI, AMBIENTE (nn.43-52).

CAPITOLO QUINTO: LA COLLABORAZIONE DELLA FAMIGLIA UMANA (nn. 53-67).

CAPITOLO SESTO: LO SVILUPPO DEI POPOLI E LA TECNICA (nn. 68-77)

Conclusione (nn.78-79)

                                    

2.I contenuti essenziali della CIV

 

La nuova Enciclica Charitas in veritate di Benedetto XVI, la terza del suo ministero petrino,  è stata ufficialmente presentata il giorno 7 luglio 2009, ma reca la data del 29 giugno 2009, solennità dei Santi Pietro e Paolo. Questa nuova enciclica si ispira per la sua visione fondamentale ad un passo della lettera di san Paolo agli Efesini, dove l’Apostolo parla dell’agire secondo verità nella carità: "Agendo-secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui, che è il capo, Cristo" (4,15). “La carità nella verità è quindi la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. Per questo, attorno al principio "caritas in veritate", ruota l’intera dottrina sociale della Chiesa”. Solo con la carità, illuminata dalla ragione e dalla fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di valenza umana e umanizzante. La carità nella verità "è principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende forma operativa in criteri orientativi" (n. 6).

 

3. La giustizia e il bene comune

 

L’Enciclica richiama subito nell’introduzione due criteri fondamentali: la giustizia e il bene comune. La giustizia è parte integrante di quell’amore "coi fatti e nella verità" (1 Gv 3,18), a cui esorta l’apostolo Giovanni (cfr n. 6). E "amare qualcuno è volere il suo bene e adoperarsi efficacemente per esso. Accanto al bene individuale, c’è un bene legato al vivere sociale delle persone… Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera" per il bene comune. Due sono quindi i criteri operativi, la giustizia e il bene comune; grazie a quest’ultimo, la carità acquista una dimensione sociale. Ogni cristiano – dice l’Enciclica – è chiamato a questa carità, ed aggiunge: "E’ questa la via istituzionale … della carità" (cfr n. 7).

 

4. La Popolorum progressio

 

Come altri documenti del Magistero, anche questa Enciclica riprende, continua ed approfondisce l’analisi e la riflessione della Chiesa su tematiche sociali di vitale interesse per l’umanità del nostro secolo. In modo speciale, si riallaccia a quanto scrisse Paolo VI, oltre 40 anni or sono, nella Populorum progressio, pietra miliare dell’insegnamento sociale della Chiesa, nella quale il grande Pontefice traccia alcune linee decisive, e sempre attuali, per lo sviluppo integrale dell’uomo e del mondo moderno.

 

5. La situazione mondiale attuale

 

La situazione mondiale, come ampiamente dimostra la cronaca degli ultimi mesi, continua a presentare non piccoli problemi e lo "scandalo" di disuguaglianze clamorose, che permangono nonostante gli impegni presi nel passato. Da una parte, si registrano segni di gravi squilibri sociali ed economici; dall’altra, si invocano da più parti riforme non più procrastinabili per colmare il divario nello sviluppo dei popoli. Il fenomeno della globalizzazione può, a tal fine, costituire una reale opportunità, ma per questo è importante che si ponga mano ad un profondo rinnovamento morale e culturale e ad un responsabile discernimento circa le scelte da compiere per il bene comune. Un futuro migliore per tutti è possibile, se lo si fonderà sulla riscoperta dei fondamentali valori etici. Occorre cioè una nuova progettualità economica che ridisegni lo sviluppo in maniera globale, basandosi sul fondamento etico della responsabilità davanti a Dio e all’essere umano come creatura di Dio.

 

6.Il ruolo della Chiesa e del Magistero

 

L’Enciclica certo non mira ad offrire soluzioni tecniche alle vaste problematiche sociali del mondo odierno – non è questa la competenza del Magistero della Chiesa (cfr n. 9). Essa ricorda però i grandi principi che si rivelano indispensabili per costruire lo sviluppo umano dei prossimi anni.  Tra questi, in primo luogo, l’attenzione alla vita dell’uomo, considerata come centro di ogni vero progresso; il rispetto del diritto alla libertà religiosa, sempre collegato strettamente con lo sviluppo dell’uomo; il rigetto di una visione prometeica dell’essere umano, che lo ritenga assoluto artefice del proprio destino. Un’illimitata fiducia nelle potenzialità della tecnologia si rivelerebbe alla fine illusoria. Un forte richiamo al ruolo della politica e dei politici: “Occorrono uomini retti tanto nella politica quanto nell’economia, che siano sinceramente attenti al bene comune. In particolare, guardando alle emergenze mondiali, è urgente richiamare l’attenzione della pubblica opinione sul dramma della fame e della sicurezza alimentare, che investe una parte considerevole dell’umanità”.

 

7. Il dramma della fame e della miseria nel mondo

 

Un dramma di tali dimensioni interpella la nostra coscienza: è necessario affrontarlo con decisione, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri. Sono certo che questa via solidaristica allo sviluppo dei Paesi più poveri aiuterà certamente ad elaborare un progetto di soluzione della crisi globale in atto. Indubbiamente va attentamente rivalutato il ruolo e il potere politico degli Stati, in un’epoca in cui esistono di fatto limitazioni alla loro sovranità a causa del nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale. E d’altro canto, non deve mancare la responsabile partecipazione dei cittadini alla politica nazionale e internazionale, grazie pure a un rinnovato impegno delle associazioni dei lavoratori chiamati a instaurare nuove sinergie a livello locale e internazionale.

 

8. Il ruolo dei mezzi di comunicazione sociale

 

Un ruolo di primo piano giocano, anche in questo campo, i mezzi di comunicazione sociale per il potenziamento del dialogo tra culture e tradizioni diverse. Volendo dunque programmare uno sviluppo non viziato dalle disfunzioni e distorsioni oggi ampiamente presenti, si impone da parte di tutti una seria riflessione sul senso stesso dell’economia e sulle sue finalità. Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo domanda la crisi culturale e morale dell’uomo che emerge con evidenza in ogni parte del globo. Scrive Benedetto XVI: “L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; ha bisogno di recuperare l’importante contributo del principio di gratuità e della "logica del dono" nell’economia di mercato, dove la regola non può essere il solo profitto. Ma questo è possibile unicamente grazie all’impegno di tutti, economisti e politici, produttori e consumatori e presuppone una formazione delle coscienze che dia forza ai criteri morali nell’elaborazione dei progetti politici ed economici”.

 

9. Diritti e doveri nella famiglia umana

 

Giustamente, da più parti si fa appello al fatto che i diritti presuppongono corrispondenti doveri, senza i quali i diritti rischiano di trasformarsi in arbitrio. Occorre, si va sempre più ripetendo, un diverso stile di vita da parte dell’umanità intera, in cui i doveri di ciascuno verso l’ambiente si colleghino a quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri. L’umanità è una sola famiglia e il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che arricchirla, rendendo più efficace l’opera della carità nel sociale, e costituendo la cornice appropriata per incentivare la collaborazione tra credenti e non credenti, nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace nel mondo.

 

10. I principi guida dell’etica sociale

 

Come criteri-guida per una fraterna interazione, l’Enciclica   indica i principi di sussidiarietà e di solidarietà, in stretta connessione tra loro. Scrive il Papa: “Ho infine segnalato, dinanzi alle problematiche tanto vaste e profonde del mondo di oggi, la necessità di un’Autorità politica mondiale regolata dal diritto, che si attenga ai menzionati principi di sussidiarietà e solidarietà e sia fermamente orientata alla realizzazione del bene comune, nel rispetto delle grandi tradizioni morali e religiose dell’umanità”. Il Vangelo ci ricorda che non di solo pane vive l’uomo: non con beni materiali soltanto si può soddisfare la sete profonda del suo cuore. L’orizzonte dell’uomo è indubbiamente più alto e più vasto; per questo ogni programma di sviluppo deve tener presente, accanto a quella materiale, la crescita spirituale della persona umana, che è dotata appunto di anima e di corpo. E’ questo lo sviluppo integrale, a cui costantemente la dottrina sociale della Chiesa fa riferimento, sviluppo che ha il suo criterio orientatore nella forza propulsiva della "carità nella verità".

 

11. Conclusione

 

Due numeri (78-79) per la conclusione dell’enciclica di efficace sintesi nei quali sono richiamati i passaggi fondamentali del documento e rilanciati nella propsettiva della speranza cristiana. Scrive il Papa: “Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo dei popoli che quasi ci spingono allo sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la parola del Signore Gesù Cristo che ci fa consapevoli: «Senza di me non potete far nulla » (Gv 15,5) e c'incoraggia: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Di fronte alla vastità del lavoro da compiere, siamo sostenuti dalla fede nella presenza di Dio accanto a coloro che si uniscono nel suo nome e lavorano per la giustizia. Paolo VI ci ha ricordato nella Populorum progressio che l'uomo non è in grado di gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo. Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l'una e l'altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso. Al contrario, la chiusura ideologica a Dio e l'ateismo dell'indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L'umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile — nell'ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell'ethos — salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento. È la consapevolezza dell'Amore indistruttibile di Dio che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo dei popoli, tra successi ed insuccessi, nell'incessante perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. L'amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo. Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande.

 

Ed infine un forte richiamo alla preghiera, alla vita secondo lo spirito, alla morale della responsabilità soggettiva ed ecclesiale. “Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l'amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l'autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è indispensabile per trasformare i «cuori di pietra» in «cuori di carne» (Ez 36,26), così da rendere «divina» e perciò più degna dell'uomo la vita sulla terra. Tutto questo è dell'uomo, perché l'uomo è soggetto della propria esistenza; ed insieme è di Dio, perché Dio è al principio e alla fine di tutto ciò che vale e redime: «Il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3,22-23). L'anelito del cristiano è che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come «Padre nostro!». Insieme al Figlio unigenito, possano tutti gli uomini imparare a pregare il Padre e a chiedere a Lui, con le parole che Gesù stesso ci ha insegnato, di saperLo santificare vivendo secondo la sua volontà, e poi di avere il pane quotidiano necessario, la comprensione e la generosità verso i debitori, di non essere messi troppo alla prova e di essere liberati dal male (cfr Mt 6,9-13).

Questa eniclica è stata firmata dal Papa il 29 giugno 2009 a conclusione dell’anno bimillanario della nascita di San Paolo Apostolo che ha ridato slancio missionario, ma anche teologico e pastorale alla chiesa che ha celebrato con grande frutto spirituale l’anno paolino. E proprio a questo evento fa riferimento l’ultimo passaggio della “Caritas in veritate”.

“Al termine dell'Anno Paolino –conclude Papa Benedetto XVI- mi piace esprimere questo auspicio con le parole stesse dell'Apostolo nella sua Lettera ai Romani: “La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (12,9-10).

Una consegna di come operare da cristiani nel campo dell’etica persona e sociale, perché nella misura in cui cresce la persona umana nella giusta direzione dell’amore e della stima tanto più cresce il mondo, la società e la stessa comunità dei credenti.

Questa Enciclica come le due precedenti segneranno una tappa molto importante nel cammino della morale sociale all’inizio del terzo millennio dell’era cristiana.